Quando è arrivato il momento di portare a casa Mimì, Elena non si ha fatto molte domande sul contesto. Viveva in un appartamento in centro, al quarto piano senza ascensore, in una zona piena di traffico e rumori costanti. Si era detta che “i cani si abituano a tutto” e che, in fondo, sarebbe bastato organizzarla con qualche passeggiata in più.

Le prime settimane sembravano darle ragione. Mimì faceva i suoi bisogni sotto casa, saliva e scendeva le scale con entusiasmo e si adattava ai ritmi cittadini con una sorprendente rapidità. Ma con il passare del tempo sono emerse le difficoltà che Elena non aveva previsto. Le uscite diventavano sempre più frammentate, spesso condizionate dal traffico, dalla fretta o dalla stanchezza. Nei giorni di pioggia o quando rientrava tardi dal lavoro, Elena si accorgeva che le “passeggiate” si riducevano a rapide soste in mezzo al caos urbano. Mimì, intanto, iniziava a mostrare segni di disagio: maggiore reattività ai rumori, difficoltà a rilassarsi in casa e una crescente agitazione nei momenti di inattività. È stato allora che Elena si è resa conto che non era il cane a doversi adattare alla città, ma era lei a non aver compreso davvero cosa significasse vivere un cane dentro quel tipo di ambiente.