Quando Andrea ha adottato Baco, non si è posto molte domande sullo spazio in cui avrebbe vissuto il suo cane. Viveva in un bilocale in periferia, con un piccolo soggiorno che faceva anche da studio e una camera da letto dove spesso lasciava la porta aperta. “È piccolo, ma ci stiamo bene”, pensava. Inoltre, il quartiere aveva qualche parco nelle vicinanze, anche se non proprio sotto casa.

Nei primi giorni tutto è sembrato funzionare. Baco si muoveva tra le stanze, dormiva vicino a lui mentre lavorava e sembrava adattarsi senza problemi. Andrea ha interpretato questa tranquillità come una conferma: lo spazio era sufficiente.

Con il tempo, però, sono emerse dinamiche meno visibili. Nei giorni di pioggia Baco restava chiuso in casa per molte ore e iniziava a diventare irrequieto. Alcuni rumori del condominio lo agitavano, soprattutto quando passavano persone nel corridoio o si sentivano passi sulle scale. Le passeggiate, inoltre, erano condizionate dalla logistica del quartiere: attraversare strade trafficate, trovare aree verdi non troppo affollate, evitare zone troppo caotiche. Andrea ha iniziato a rendersi conto che non era solo una questione di metri quadri, ma di qualità dello spazio disponibile, dentro e fuori casa.