Scrivi un messaggio ai colleghi su Slack. Ti sembra una cosa banale: "Ok, ci penso io, ma poi ne riparliamo". Quello che non vedi è che, mentre digiti, un software legge tra le righe. Non controlla cosa scrivi, ma come lo scrivi. Le parole che scegli, il tono, il ritmo. E da lì prova a capire una cosa molto intima: quanto sei stressato.
Non è la trama di una serie distopica. È quello che fa, davvero, un plug-in sviluppato da una startup italiana per le due piattaforme di messaggistica più usate negli uffici di mezzo mondo, Slack e Microsoft Teams. Lo strumento usa l'intelligenza artificiale e quella che in gergo si chiama "analisi semantica" per leggere le conversazioni di lavoro e tirare fuori un dato: il livello di stress psicologico di chi le scrive. In cambio, promette suggerimenti personalizzati a chi decide di attivarlo. Una specie di personal trainer del benessere mentale, integrato nella chat dove passi otto ore al giorno.
A fermarsi un attimo su questa idea è stato il Garante per la protezione dei dati personali, l'autorità che in Italia vigila sulla privacy. Con un provvedimento reso noto in questi giorni, l'avvertimento numero 342 del 2026, il Garante ha acceso un faro proprio su questo plug-in, dopo che alcune notizie di stampa ne avevano segnalato l'esistenza. E le domande che ha posto valgono per tutti noi, non solo per chi quel software lo ha costruito.














