Sei su Linkedin, o su un altro social. Un utente ha sollevato una critica pubblica su un tuo lavoro, o una tua opinione. Devi ribattere, perché è così che funziona l’urgenza dell’interazione sui social. La situazione è scomoda, le parole giuste non ti vengono in mente, e alla fine cedi ad aprire il tuo tool di chat AI di fiducia e descrivere la situazione, chiedendo la formulazione di una risposta efficace. L'AI restituisce tre paragrafi misurati, ragionevoli, persino eleganti. Li leggi, pensi “sì, più o meno è quello che volevo dire io”, e li condividi.Qualche tempo dopo lo stesso collega risponde alle tue argomentazioni con un'obiezione che non avevi previsto – anche perché quelle argomentazioni, in fondo, non erano tue, non le avevi percorse davvero (e magari, chissà, anche lui si è affidato allo stesso processo di delega all’AI). Eppure ora sei lì a difenderle, a cercare di ricordare perché le avevi scritte, a chiedere di nuovo all'AI come rispondere a una posizione che l'AI stessa aveva preso al posto tuo.Può succedere ovviamente anche per le mail che ci facciamo compilare da ChatGPT, Gemini o Claude e che noi rileggiamo in maniera distratta, e che ci conducono a sostenere posizioni che sono vagamente, ma non esattamente, riconducibili a noi – anzi, che in qualche modo ci sembrano più brillanti di quello che avremmo potuto partorire noi, in autonomia. Può succedere anche e soprattutto per lavori più articolati, ad esempio per paper che scriviamo secondo i precetti del “distant writing” così come formulati da Luciano Floridi, e che non abbiamo il rigore di ricontrollare precisamente.Scollamento tra pensiero e proiezione digitaleQuesto tipo di cortocircuito intellettuale è una delle declinazioni possibili della Disentità, quello scollamento tra la versione reale di sé e quella proiettata online tramite l’uso di un’AI per modificare o rivedere più o meno profondamente le proprie posizioni. Un fenomeno che riguarda qualcosa di più sottile della pigrizia o del ghostwriting macchinico, perché tocca la progressiva difficoltà di distinguere tra ciò in cui si crede e ciò che si è fatto generare a un’entità terza.La minaccia intellettuale è seria, ma a suo modo in continuità con gli sviluppi recenti della tecnologia: laddove gli algoritmi già minacciavano di cambiare i nostri comportamenti in maniera indiretta, tramite l’influenza che esercitano su ciò che leggiamo, ascoltiamo e vediamo, oggi la mutazione è più direttamente imputabile alla nostra volontà, o più spesso alla nostra incompetenza in un settore, o ancora alla pigrizia. Dopo aver scoperto che “Google che ci rende più stupidi” da Nicholas Carr, e di rischiare l’atrofia cognitiva a causa di un uso rudimentale e soluzionistico dell’AI, arriva dunque un’evoluzione che pone un’ombra più sottile e quindi più difficilmente rilevabile di quella che Andrea Colamedici definirebbe l’era del “Prompt thinking”.Dalla sfera lavorativa a quella sentimentaleIl contesto lavorativo è solo uno di quelli possibili, ma con il supporto psicologico che è diventato la prima modalità di utilizzo delle AI al mondo nel 2025 (era al secondo posto, dopo la generazione di idee, l’anno precedente) le aree di influenza possibili sono estremamente variegate. In campo sentimentale, i chatbot non sono dominanti solo nella parte di dating, ma anche nella gestione dei conflitti. Quando non si sa come mettere in parole quello che si sente, si finisce oggi spesso per chiedere all'AI di aiutarci a scrivere un messaggio. Il testo che si riceve in risposta può risultare forse parzialmente asettico, ma è anche equilibrato, maturo, e capace di articolare bisogni che forse non avevamo ancora chiari. Di lì, il partner risponderà (anche lui facendosi coadiuvare da un’AI?) a quella versione di te. Da quel momento in avanti, la relazione si costruirà quindi almeno parzialmente su un'aspettativa indirettamente generata, che ora dobbiamo sostenere, mutando la nostra stessa postura, e adeguandola a quella ingegnerizzata dallo strumento.Disentità, impostura e isolamentoLa disentità crea dunque uno scollamento ancora maggiore tra noi e la nostra proiezione digitale online, e ha come logico corollario una più che ragionevole sindrome dell’impostore nel mondo reale che può indurre alcuni a tagliare ulteriormente i rapporti sociali in pubblico, e condurre nel lungo periodo pertanto all’isolamento.Paradossale è che, allo stesso tempo, la disentità può provocare una versione identitaria e ancora più radicata in profondità dell’effetto ratchet, un concetto utilizzato in sociologia ed economia: invertire una linea d'azione una volta che un determinato evento si è verificato è difficile, analogamente al meccanismo del cricchetto (ratchet, appunto), che permette il movimento in una direzione (quello di sollevamento dell’auto, ad esempio) per bloccarsi invece nella direzione opposta. La psicologia sociale (Festinger sulla dissonanza cognitiva, Bem sulla self-perception theory) suggerisce infatti che difendere pubblicamente una posizione tende a farci credere gradualmente in essa, e il costo intellettuale di smarcarci da una tesi che abbiamo sostenuto diventa man mano più alto più numerose sono le interazioni con altre persone che ci attaccano o lusingano per essa. L'AI accelera l'introduzione di posizioni eterodirette in questo meccanismo. Una volta pubblicato qualcosa a nostro nome, che sia un'email, un post, o ancora un articolo, il costo simbolico di sconfessarlo è alto. La disentità si consolida proprio perché l'alternativa (dire "non era davvero il mio pensiero") è socialmente costosa. Il punto forse più inquietante è però epistemico: dopo abbastanza iterazioni, siamo ancora in grado di distinguere cosa pensiamo da cosa abbiamo fatto generare? La disentità non risulta così solo un problema di autenticità pubblica, ma più latamente un problema di accesso al proprio pensiero.Delegare il pensieroNel processo di delega delle funzioni cognitive cominciato con la scrittura stessa, proseguita con gli strumenti di calcolo, il computer e i motori di ricerca, l’AI aggiunge un nuovo livello per cui non abbiamo ancora imparato a sviluppare delle competenze nuove: quello dell’arrotondamento delle nostre idee, che può palesarsi in uno spettro che va da una semplice revisione di make-up che le rende più aerodinamiche (cfr. il The Game di Baricco), fino a una e vera propria rivisitazione e stravolgimento delle stesse L’effetto che ne consegue può quindi passare dal verosimile allo straniante: “ma come, questo tizio che a malapena sa formulare un pensiero soggetto-verbo-oggetto ora scrive interventi da fine filosofo?”.Tra i lati potenzialmente positivi, questo processo, se vissuto con consapevolezza, può portarci a migliorare la retorica delle nostre affermazioni, a scoprire nuovi punti di vista e acquisire così autorevolezza e una certa flessibilità di pensiero – oltre a migliorare indubbiamente la nostra netiquette ed evitare di schiacciare con le proprie argomentazioni-editto l’interlocutore (certo, a patto che per la scrittura non si usi Grok): un’abilità che, se esercitata, può portare benefici anche nella vita reale. Moltbook ci ha d’altronde insegnato che un social in cui scrivono solo agenti AI, specie se educati come quelli figli dei guardrail dei principali produttori occidentali, forse non sarebbe un luogo dove si produce grande letteratura (spoiler, forse vi siete accorti che neanche Facebook e LinkedIn lo sono), ma sicuramente più tollerante e meno polarizzato di quelli a cui ci siamo abituati.Scrittura, pensiero e il rischio epistemico dell’AIIl passaggio merita il conio di un nuovo lemma perché insiste su una delle forme più rilevanti in cui il nostro pensiero si è modellato, da Socrate in avanti: scrivere non è mai stato storicamente solo il modo in cui trasmettiamo ciò che pensiamo, ma piuttosto il modo in cui lo scopriamo. Il processo che ci fa esperire una frase che non torna, la ricerca e il labor limae per partorire la parola più adatta, è la forma che il pensiero prende mentre si forma. Come diceva Joan Didion, “scrivo per sapere cosa penso”.Cosa succeda quando si delega almeno parzialmente questo processo intellettivo, facendolo evolvere nel migliore dei casi in una co-scrittura insieme a strumenti AI, non è ad oggi ancora chiaro, e non è di certo una questione meramente legata all'autenticità del risultato, né a un’eventuale proliferazione di contenuti di immediata disponibilità e pochissima visibilità organica di cui il web era già pieno pre-AI. La capacità più rilevante che rischiamo di perdere nel percorso è invece lo stesso processo cognitivo che ci porta a definire, nel tempo, cosa si crede davvero. L'AI usata come stampella soluzionista ci restituisce una posizione già pronta, coerente e difendibile, e scavalca il momento di attrito in cui il pensiero si sarebbe chiarito o sarebbe crollato davanti a se stesso.In un mondo agentico sempre più disintermediato nelle interazioni virtuali, oltre al rischio di risultare inautentici agli occhi degli altri, corriamo quello di diventare illeggibili a noi stessi. E di compiere la volontà del nostro prompt prima ancora di scoprire la nostra.