Gentile direttore,

con una delegazione della Commissione per le questioni fiscali del parlamento europeo, che ho l’onore di presiedere, mi trovo in Brasile in visita istituzionale: il nostro obiettivo è quello di rafforzare la cooperazione contro evasione, elusione, frodi e riciclaggio, e lavorare insieme su tre fronti decisivi del XXI secolo: tassa sui multimilionari, tassa digitale e politiche di redistribuzione. Tutte battaglie su cui l’Ue di Ursula von der Leyen ha ammainato bandiera bianca scegliendo un suicidio politico ed economico che il nostro Continente sta pagando a caro prezzo.

Nella bandiera del Brasile campeggia un globo e questo non è un dettaglio estetico: è una dichiarazione d’intenti. Il Brasile di Lula non è più un’appendice geopolitica di potenze più grandi e non guarda più all’Occidente come unico faro di libertà e indipendenza. È una scelta politica, economica e culturale che parla anche a noi europei.

Lo scorso anno Trump ha aumentato i dazi dal 10% al 50% e questo nonostante – a differenza dell’Unione europea – il Brasile registri un deficit commerciale e non un surplus. Di fronte a questo atto di prepotenza, Lula non si è piegato e non ha firmato accordi capestro come quelli siglati da von der Leyen in Scozia. Lula ha risposto scegliendo la strada più razionale: diversificare il proprio export e rafforzare i rapporti con la Cina e l’Europa che resta il primo investitore estero e il secondo partner commerciale per import ed export.