La Svezia ha respinto la richiesta d’asilo di Bella Demhat, nonostante in Turchia questa attivista lgbtqi+ trans e curda abbia già patito minacce, violenze e persecuzioni. La motivazione addotta dall’Ufficio Immigrazione svedese è che in Turchia non esiste una legge esplicita che criminalizzi l’orientamento sessuale o l’identità di genere, e che non ci sono prove che lo Stato turco non adotti misure contro i crimini d’odio. Una decisione che ignora la realtà di un Paese dove, solo nel 2025, sono stati registrati 29 omicidi di persone lgbtqi+, secondo il rapporto dell’associazione Transgender Europe (TgEu).

«SE DOVESSI TORNARE in Turchia – afferma l’attivista raggiunta al telefono – dovrei affrontare la polizia e la giustizia: sia prima che dopo la mia partenza ho sempre espresso chiaramente le mie idee politiche. Il rischio è la prigione, o peggio: la morte per mano dei miei fratelli, in nome del cosiddetto “delitto d’onore”».

Bella Demhat, attivista per i diritti delle persone trans che ha collaborato con l’Associazione Pembe Hayat lgbtqi+, Amnesty International e il Partito Democratico dei Popoli (Hdp), ha subìto per anni violenze, minacce di morte e discriminazioni in Turchia.

Nel 2017, durante il Pride di Istanbul, è stata arrestata e torturata dalla polizia. I problemi non provenivano solo dalle istituzioni: anche la sua famiglia l’ha minacciata di morte per la sua identità di genere. Quello stesso anno è stata costretta a fuggire e ha trovato rifugio in Svezia, dove ha presentato domanda d’asilo.