Quando arriviamo al centro di detenzione Delaney Hall, a Newark (New Jersey) mercoledì pomeriggio, non sta accadendo nulla. Il cielo è grigio. L’edificio è un blocco anonimo color sabbia, con il nome scritto sopra l’ingresso come su un ufficio postale, doppio reticolato e filo spinato davanti. Attaccata al corpo principale c’è una struttura a gabbia semicilindrica: non assomiglia a niente di carcerario nel senso classico. C’è un gruppo di manifestanti sul marciapiede, un gruppo di agenti dell’Ice in silenzio, diversi fotografi. Il rumore principale è quello dei camion che passano sulla strada ad alta percorrenza che costeggia la prigione: ogni tanto uno suona il clacson, in segno di solidarietà. Si sente anche il ronzio dei droni, intermittente. Un’ora prima, stando a chi era sul posto, c’era ancora lo spray urticante nell’aria.

DELANEY HALL è un centro di detenzione per immigrati gestito dal Geo Group in virtù di un contratto quindicennale da un miliardo di dollari firmato con l’amministrazione Trump. Capienza ufficiale: quasi 1.200 posti. Riaperto nel 2025 dopo anni di chiusura, è il più grande centro di detenzione dell’area metropolitana di New York. I detenuti cucinano, puliscono, riparano la struttura per un dollaro al giorno, a volte per niente.