La "fine del lavoro" indotta dall'automazione integrale dei processi produttivi è un vecchio refrain, tornato in auge nel passaggio di secolo. Di fronte alla disoccupazione di massa, sociologi ed economisti si sono ingegnati a descrivere la terra promessa del non-lavoro gratificante (finanziato dai contribuenti). Il lavoro non c’è più, sventura. Il lavoro non c’è più, evviva. La verità, pervicacemente contestata da tutti i neoluddisti del terzo millennio, è che ogni rivoluzione industriale comporta la nascita di lavori nuovi e, parallelamente, la marginalizzazione o la scomparsa di vecchi mestieri.

Nel romanzo I due poeti (celebrato da Marx), con cui apre il ciclo delle Illusioni perdute (1837-1843), Balzac scrive: “All’epoca in cui comincia questa storia la macchina di Stanhope e i rulli inchiostratori non erano ancora entrati nelle piccole stamperie di provincia”. Nella tipografia descritta nelle prime pagine del romanzo sopravvivono “Orsi”e “Scimmie”, cioè i torcolieri che si muovono tra le tavolette su cui è disteso l’inchiostro e il torchio, e i compositori, che fanno una “ininterrotta ginnastica […] per prendere i caratteri nei centocinquantadue cassettini in cui sono contenuti”. Tutte figure professionali e mansioni destinate a scomparire, poiché le loro funzioni sarebbero state svolte da macchine: il torchio a vapore, la rotativa, la linotype.