Cento miliardi di investimenti nel Mezzogiorno entro il 2030, a partire dalle rinnovabili. È quanto prevede il PNIEC, il Piano nazionale integrato energia e clima, aggiornato nel 2024, confermando il ruolo del Sud come cuore pulsante della transizione energetica del Paese. La sfida per le imprese (e le bollette delle famiglie) si vince qui, anche perché il gas, pure con l’idrogeno, resisterà ancora per decenni al vertice degli approvvigionamenti e il ritorno al nucleare sta muovendo i suoi nuovi, primi passi solo adesso. E' nelle regioni meridionali, dove già si concentra la produzione più rilevante di energia rinnovabile – con l’eccezione dell’idroelettrico - che si svilupperà la quota maggiore di futura capacità green, nonché di accumulo dell’energia (batterie e pompaggi idroelettrici). Ma il Sud svolgerà un ruolo chiave anche rispetto alle interconnessioni con il Nord Italia e con i Paesi affacciati sul Mediterraneo: sarà insomma, sempre più, il principale snodo energetico del Paese.

Gli investimenti Ma a che punto sono gli investimenti infrastrutturali e di aumento della produzione da rinnovabili che peraltro, secondo i dati di Svimez-A2A, garantirebbero – sempre al 2030 - 73mila nuovi posti di lavoro nel Mezzogiorno, di cui 15mila under 35, «trattenendo competenze e laureati sul territorio, grazie alla richiesta di profili professionali altamente qualificati»? I numeri sono buoni ma potrebbero essere migliori. Intanto, la buona notizia, annunciata dal ministro Gilberto Pichetto Fratin all’evento sul Pnrr conclusosi ieri a Milano, è che l’Italia è in linea con l’obiettivo dei 131 GW da rinnovabili entro il 2030, avendo rispettato il target previsto per il 2025. Ma, soprattutto, per fotovoltaico ed eolico, che hanno nel Sud la quota di produzione maggiore, non ci sarà più bisogno di integrazione di risorse pubbliche per compensare le differenze di prezzo a MWh. Il sistema privato risponde bene, ha detto il ministro, senza negare ovviamente la delicatezza dell’attuale crisi energetica e le incognite per un Paese importatore di energia come il nostro. Il Sud deve però correre di più e, in particolare, superare le strozzature che impediscono ad una rilevante quantità di richieste di installazione di diventare impianti veri e propri (parliamo di 70,6 GW sul totale di 80,3 GW, oltre l’88% della capacità complessiva per un valore di oltre 62 miliardi di euro). In effetti, come spiega Svimez, il rischio è che «l’energia prodotta nel Mezzogiorno resti confinata se non accompagnata da una rete moderna, interconnessa e flessibile».Il mezzogiorno Sul piano infrastrutturale più alto, però, la sfida energetica made in Sud procede nella giusta direzione. Dei 23 miliardi di investimenti pianificati ad esempio da Terna nel decennio 2025-2034, ben 14 saranno realizzati nel Mezzogiorno, isole comprese, dove non a caso la domanda di capacità di rete e di stoccaggio è più elevata. E quasi tutti sono già in fase attuativa, a partire dal Tyrrhenian Link, il collegamento sottomarino tra Sardegna, Sicilia e Campania, con capacità di scambio pari a 2 GW per tratta, che migliorerà la sicurezza del sistema e ridurrà le congestioni con la penisola. Tra Sardegna, Corsica e Toscana è in fase di realizzazione il Sa.Co.I.3, cavo in corrente continua da 1 GW mentre l’Adriatic Link, altra opera strategica, rafforzerà la capacità di trasmissione lungo la dorsale adriatica e favorirà lo scambio con i flussi di energia provenienti dal Sud. Ma tutte le compagnie energetiche, Enel in testa, hanno puntato sul Mezzogiorno e sulle rinnovabili a riprova del valore strategico dell’area, che tra risorse naturali, conformazione territoriale e posizione strategica nel Mediterraneo è senza ombra di dubbio la più idonea allo sviluppo delle fonti rinnovabili e delle infrastrutture necessarie alla decarbonizzazione. «Tutti i Paesi europei hanno migliorato la quota di rinnovabili sulla generazione elettrica e l’Italia con il 49% del mix elettrico è sopra la media europea – sottolinea Massino Deandreis, direttore di SRM, il Centro studi collegato a Intesa Sanpaolo -. Il dialogo euro-mediterraneo sulle rinnovabili è quindi indispensabile per accelerare la diminuzione della dipendenza energetica italiana ed europea. Sebbene la Sponda Sud del Mediterraneo presenti le più alte intensità solare ed eolica, essa ospita però solamente l’1,2% della capacità di generazione elettrica da fonti fotovoltaica ed eolica (9 GW su 770 GW); c’è dunque ampio margine di crescita e di investimenti». È l’altro capo di un filo che mette il Sud nella condizione ideale di un vero hub per l’area euro-mediterranea. A patto che diventi anche sistema in tutte le sue componenti, ad iniziare dai porti sui quali, anche dal punto di vista energetico, si gioca la sfida forse più decisiva e ancora in parte sottovalutata.