L'intesa di principio sui fondi Ue congelati per Budapest sembra ormai a portata di mano. E, quasi speculare, a Bruxelles prende forma ciò che ci si attendeva dall'uomo capace di spezzare il lungo ciclo di Viktor Orban: un'Ungheria meno trincerata sul dossier ucraino. Le prime parole da premier di Peter Magyar dalle stanze del Berlaymont - affidate ancora una volta ai video pubblicati su Facebook - raccontano molto più della trattativa tecnica sui circa 18 miliardi che il nuovo governo vuole riportare a casa per rilanciare l'economia interna. Per la prima volta il leader di Tisza lascia intravedere la disponibilità ad accompagnare l'avvio dei negoziati per l'adesione di Kiev all'Ue. Una sfumatura che i vertici comunitari leggono come il segnale più tangibile del cambio di clima dopo gli anni del muro contro muro orbaniano, seppur il rispetto dei diritti della minoranza magiara della Transcarpazia resti al centro della posizione ungherese.
"L'accordo sullo sblocco dei fondi Ue è molto vicino", ha assicurato Magyar alla vigilia del faccia a faccia con Ursula von der Leyen che, nelle aspettative di Budapest, dovrebbe portare almeno a una fumata bianca di principio. Gli ultimi nodi da sciogliere restano - per stessa ammissione del primo ministro - legati alla lotta alla corruzione, terreno sul quale Budapest ha scelto di rompere un altro tabù simbolico dell'era Orban, mettendo sul tavolo un'immediata adesione alla Procura europea. Ma la vera garanzia che Bruxelles continua a cercare - oltre alle riforme su stato di diritto, standard democratici e indipendenza delle istituzioni - riguarda il futuro europeo dell'Ucraina. La Commissione europea continua a indicare il 2030 come orizzonte politico per l'ingresso di Kiev e, nelle ultime settimane, il clima attorno all'allargamento sembra essersi improvvisamente alleggerito. "E' davvero commovente, la narrazione è cambiata", ha osservato in un'intervista al Financial Times la commissaria all'Allargamento Marta Kos, accompagnando l'ottimismo a una pressione sempre più serrata sui tempi. I cluster - i maxi-blocchi negoziali che racchiudono i 33 capitoli dell'adesione europea - sono il vero motore d'ingresso nella casa Ue. Bruxelles punta ad aprire il primo per l'Ucraina e la Moldavia già nelle prossime settimane, con il Consiglio Affari generali del 16 giugno. Poi sarà il momento di accelerare sugli altri, entro la fine del mese, al tramonto della presidenza cipriota. Un ritmo che fino a pochi mesi fa, complice soprattutto il veto ungherese, era ritenuto impensabile. "Possiamo accettare l'apertura del primo capitolo dei negoziati di adesione solo se riusciremo a raggiungere un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi", ha concesso Magyar, in attesa di suggellare il disgelo nell'incontro con Volodymyr Zelensky a Berehove, cuore simbolico della Transcarpazia magiara, atteso l'8 giugno. I colloqui, ha assicurato il premier, "stanno procedendo in modo incoraggiante". Aperture ancora prudenti, ma sufficienti perché in Europa si inizino a scorgere margini reali per un via libera. Magari attraverso formule più morbide e progressive di integrazione, come l'adesione light lanciata dal cancelliere tedesco Friedrich Merz, pronta a planare sul tavolo dei leader Ue al vertice del 18 e 19 giugno.










