Matteo Messina Denaro non si limitava al pizzo tradizionale: pretendeva vere e proprie partecipazioni nelle imprese.

Per oltre trent'anni l'inafferrabile capomafia di Castelvetrano avrebbe operato come socio occulto in decine di attività economiche e traffici illeciti, imponendo una regola ferrea: il 10% dei ricavi doveva confluire nelle sue tasche.

A svelare questo sofisticato meccanismo di arricchimento è il collaboratore di giustizia Vincenzo Spezia, già vertice della famiglia di Campobello di Mazara, le cui dichiarazioni hanno portato di recente all'arresto del narcotrafficante Giacomo Tamburello, insieme all'ex moglie e al figlio.

Secondo Spezia, il rapporto tra Messina Denaro, detto “U Sicco”, e i trafficanti non era una semplice estorsione, bensì un vero patto societario. I Tamburello versavano il denaro al latitante per una ragione elementare: chi si sottraeva al pagamento rischiava la vita.

In cambio della percentuale del 10%, Giacomo Tamburello otteneva dal capo riconosciuto di Cosa Nostra il via libera a gestire senza intralci profitti ingentissimi generati dal narcotraffico.