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La guerra dei laser è cominciata. Dopo sei decenni di sperimentazioni, il raggio distruttore ha smesso di essere un’utopia fantascientifica ed è entrato nei campi di battaglia. Dagli Stati Uniti alla Cina, da Israele all’Europa, una generazione di sistemi operativi viene schierata ovunque. Presto non si parlerà più di calibri ma di kilowatt per indicare la capacità distruttiva dei cannoni e gli scontri saranno caratterizzati da bagliori sinistri che riporteranno alla mente i duelli di Star Wars.

In realtà, non tutti i problemi tecnici delle armi ad energia diretta sono stati superati. Anche in questo caso, però, la rapida proliferazione dei droni volanti ha accelerato lo sviluppo dei laser. Uno dei loro limiti, infatti, è la necessità di mantenere il fascio luminoso fisso sul bersaglio per un tempo sufficiente a creare danni. Tenere dietro ai missili che volano veloci è difficile, mentre i lenti velivoli telecomandati - non superano i duecento all’ora - sono la preda perfetta. Bisogna comunque fare i conti con la distorsione della luce provocata dalle nuvole, dalla nebbia e più in generale dall’umidità dell’aria, ma sono calcoli che l’intelligenza artificiale completa in un battibaleno. E c’è un indubbio vantaggio: il laser permette di abbattere i droni low cost con una spesa irrisoria, tra tre e cinque euro per ogni “colpo”.