Un’ipotesi su come dinamizzare il cosiddetto “Jordan Corridor” suggerisce che il progetto indo-mediterraneo stia entrando in una fase più tecnica, operativa, pragmatica, sebbene tutto resti politicamente sensibile
L’India-Middle East-Europe Economic Corridor è stato presentato – al G20 del 2023, di New Delhi – come un progetto geopolitico destinato a collegare India, Golfo ed Europa attraverso una combinazione di infrastrutture terrestri e marittime. A distanza di quasi tre anni dal lancio politico dell’iniziativa, con ampie consapevolezze sui limiti politici (oggettivamente esasperati dalla guerra nella Striscia di Gaza e poi da quella contro l’Iran, che da due anni destabilizzano il Medio Oriente), parte della discussione sembra però spostarsi su un terreno meno visibile: la capacità del corridoio di funzionare operativamente.
Una proposta elaborata da operatori e stakeholder attivi sul dossier logistico del cosiddetto “Jordan Corridor” riflette questo cambio di prospettiva. Il documento sostiene che flussi commerciali provenienti dal Golfo attraversino già oggi Giordania e Israele in forma frammentata, attraverso soluzioni informali, procedure ridondanti e routing non standardizzati. In questa lettura, il problema non sarebbe tanto creare una nuova rotta commerciale, quanto rendere prevedibile e strutturato qualcosa che, seppure in forma limitata, esiste già.









