di Laura Ruzzante

C’è qualcosa di meravigliosamente contemporaneo in Angine de Poitrine. Non la musica, che richiederebbe ascolto, concentrazione e magari perfino una minima alfabetizzazione musicale, ma il fenomeno. L’isteria collettiva. La liturgia social. Il bisogno disperato di appartenere a qualcosa che sembri “strano” abbastanza da poter essere definito geniale senza il fastidio di doverlo spiegare.

Funziona così: due tizi del Québec si infilano in testa dei copricapi che sembrano usciti da un incrocio tra i Teletubbies e una seduta spiritica organizzata da Salvador Dalí, suonano math rock microtonale con l’aria di chi sta tentando di contattare civiltà aliene tramite un tostapane difettoso, ed ecco che il web impazzisce.

A quel punto metà del pubblico corre ad ascoltarli, l’altra metà corre a fingere di averli capiti.

E qui arriva la parola magica: microtonale. Che detta così sembra una malattia autoimmune o un nuovo bonus fiscale del governo. In realtà è musica costruita usando intervalli diversi da quelli tradizionali occidentali. Noi siamo abituati ai dodici semitoni della tastiera del pianoforte; loro, invece, infilano note “in mezzo” alle note. È come se qualcuno, stanco delle strisce pedonali, decidesse di attraversare direttamente in diagonale sull’autostrada.