Addio Peppino, servitore dello Stato e della persona umana. Adesso potrai riprendere il dibattito con Gerardo e Ciriaco e Fiorentino Sullo, magari, chissà proprio sulla legge elettorale. Chissà, voi che potete da lassù, un’illuminazione a quelli di quaggiù… che ne dite, si può fare?
Peppino Gargani se n’è andato come, se avesse potuto scegliere, certamente avrebbe voluto: mentre era al lavoro nei palazzi della Camera dei Deputati. Luogo che lo ha visto protagonista per sei legislature come deputato e poi ancora come sottosegretario alla Giustizia e comunque attore della politica italiana, anche quando per tre mandati venne eletto a Bruxelles, o quando andò a ricoprire il ruolo di commissario dell’Agcom.
Alla Camera era tornato per presiedere l’Associazione degli ex deputati, a cui aveva impresso una straordinaria vivacità nel dibattito pubblico, uscendo dal limbo del “sindacalismo degli ex”, per rivendicare un ruolo di proposta e di iniziativa politica. Con straordinaria energia, a 91 anni suonati, forse segnati da qualche acciacco nel corpo, ma non nella testa.
Cervello fine, carattere orgoglioso, della stessa materia di cui erano impastati i democristiani irpini della sua generazione, come De Mita, Bianco, e, solo un poco prima, Fiorentino Sullo. Colti, raffinati, capaci di nuance diverse di testardaggine. Soprattutto innamorati della politica, così come i filosofi magnogreci potevano innamorarsi del ragionamento peripatetico.











