Nel 2015 Maria (nome di fantasia) presenta una domanda di cittadinanza italiana.
Dopo cinque anni di attesa, nel 2020, il ministero dell’Interno respinge la richiesta perché la donna non è in grado di garantire uno dei criteri necessari per ottenere la cittadinanza dopo 10 anni di residenza continuativa legale, ossia i redditi minimi, fissati a una soglia minima di oltre 8mila euro all’anno per una singola persona.
La cecità di questo sistema di valutazione rispetto alle condizioni lavorative delle persone con background migratorio in Italia l'abbiamo raccontata più volte su Avvenire attraverso diverse testimonianze.
Ma nel caso di Maria, a rendere ancora più complesso il raggiungimento di quella soglia minimo di reddito è la sua disabilità, con un'invalidità del 75% che le impedisce di svolgere il suo precedente lavoro di colf.
La parola fine in questa storia è arrivata solo ora, dopo più di 10 anni, con un pronunciamento giuridico che riconosce come i criteri per ottenere la cittadinanza italiana discriminino le persone con disabilità: a stabilire che la disabilità non può e non dovrebbe più essere un ostacolo all’ottenimento di questo riconoscimento è il Consiglio di Stato, che ha accolto il ricorso presentato dalla donna di origine straniera assistita dal Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi di Ledha-Lega per i diritti delle persone con disabilità.










