Mi sono organizzato la vita per evitare in ogni modo la frenesia. Amo avere tempo per fare le cose, per dedicarmi ai miei cari, per ascoltare. E forse navigo in un limbo privilegiato, non rendendomi conto delle effettive difficoltà che le persone hanno nell’organizzare concretamente le loro giornate, nel ritagliarsi i loro spazi, nel prendere pace, travolte dal lavoro, dagli eventi, dall’incalzare delle cose.

Fatta questa doverosa premessa, devo dire che sempre più spesso capita di imbattermi in donne e uomini, amici o conoscenti con i quali ho anche molta confidenza, che sono assolutamente incapaci di mantenere una soglia di attenzione che vada al di là del minuto, minuto e mezzo. O parlano loro, o altrimenti, messi in modalità ascolto, anche se uno magari sta raccontando la storia più triste, più bella o più divertente del mondo (e io non sono uno che ama parlare), iniziano a ravanare nella borsa, a cercare nelle tasche, vogliono lo smartphone in una morbosa aspettativa di notifiche, di telefonate, di messaggi, di qualcosa che li faccia sentire attivi e non passivi.

Ed è terribile, perché vedo esseri umani che non stanno mai lì, nel momento, non riescono a essere coscienti del puro piacere di vivere, non empatizzano col prossimo, non si accorgono di ciò che accade attorno a loro hic et nunc, ma trascorrono il tempo in una tensione al minuto successivo, avvalorando il contenuto di quella bellissima frase di John Lennon secondo cui «la vita è quella cosa che ti accade mentre sei impegnato a fare altri progetti».