La sola Italia ne ha per 173 mila chilometri, quasi 10 volte la lunghezza della Grande Muraglia Cinese, e in alcune isole dalmate il reticolo è così fitto da far pensare a una sorta di ancestrale ossessione per la geometria. Eppure, anche se li abbiamo sempre davanti agli occhi, o forse proprio per questo, è probabile che non ci siamo mai chiesti qual è il loro scopo. In tal caso, pensiamo subito che sia soprattutto quello di privatizzare il territorio. Il che può essere vero, perché dal sanscrito murami, al greco muros, al latino moenia (e munitus), l’etimologia rimanda sempre al senso di limite. Tuttavia, il divieto di accesso è solo una delle mille funzioni dei muri a secco. “Probabilmente nemmeno tra quelle originarie, perché risalgono ai tempi in cui la terra era di tutti”, riflette Noemi Cappai, mentre alcuni ragazzi, comunicando in un inglese dove galleggiano strane sonorità sarde, riparano con cura da minusieri un muro crollato. Ogni tanto, Noemi, che è architetto, li viene a trovare da Sassari, incuriosita dalla manualità di quella che descrive come “la tecnica costruttiva più antica del mondo: mettere una sull’altra delle pietre senza aggiunta di leganti, ingaggiando la sfida a lungo termine con la gravità. La stessa pratica - aggiunge - che, attraverso l’imitazione di strutture naturali e rapporti proporzionali misurati con braccia e dita, conduce dai semplici dolmen, ai nuraghi, alle regge e alle tombe micenee”. Dunque, non è l’esclusione che il muro a secco racconta, ma il nostro rapporto con il suolo: come l’abbiamo addomesticato, difeso dall’erosione e dal dissesto, arricchito di acqua, nutrito e destinato a usi differenti in base alla composizione e all’esposizione. Per questo, nel 2018, l’Unesco ha dichiarato Patrimonio Universale dell’Umanità i muri a secco di otto Paesi europei, Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Slovenia, Spagna, Svizzera. L’atto d’iscrizione parla di “Arte Muraria”, ma la definizione più calzante è quella che una volta si chiamava “maestria”: la fatica quotidiana di valutare a occhio i futuri “conci”, trasportarli sul posto, trovare il contatto più ampio tra le facce per aumentare la resistenza; e nel frattempo, insegnare tutto questo ai giovani. E’ la sapienza del Krastu Mastu, il "maestro della pietra”, come il paesaggista Antonio Sotgiu e Jean, la sua compagna cinese, che curano e ospitano il seminario sotto le insegne della Scuola Italiana Pietra a Secco e dell’ITLA, l’International Terraces Landscape Alliance, hanno battezzato questo raduno semiclandestino di muratori filosofi. Siamo a Semestene, villaggio quasi fantasma del profondo Logudoro, sotto l’altopiano di Campeda. E per le 60 teste, per lo più assai canute, che si raccolgono intorno al bar di Enzo e alla chiesa romanica di San Nicola di Trullas - unico punto connesso via etere al mondo - la presenza di tanti giovani nel paese trasformato in albergo diffuso non è solo una ventata di novità; è anche che un’occasione per rattoppare un muro interpoderale o una “pinnetta”, la piccola costruzione circolare usata come magazzino rurale, ennesima testimone di tempi remoti. Ogni tanto, fingendo di passare per caso, qualcuno si spinge fin qui, in aperta campagna, e resta a scambiare qualche parola con quelli della “Comune della Pietra”. Quest’anno, a rappresentarla sono Matteo Marangoni, di Novara, Jacopo Lega, ingegnere di Faenza, Maria Nomikou, antropologa dell’isola cicladica di Amorgos, Serena Cattaneo, architetta lombarda, Biagio Salaris, filosofo di San Vero Milis, Duje Mikelic, croato, Julia Szusarczyk, documentarista polacca. In cucina, Lucas Brauers, olandese, e Chiron Floris, belga con nonno sardo. Quelli di Rodi e Tinos sono appena ripartiti, dopo aver aggiunto le loro firme al muro didattico, manifesto culturale di Krastu Mastu e tela di Penelope del suo sviluppo negli anni. L’anno scorso, avevano partecipato anche i mastri murari coreani. “Paese che vai, muro che trovi. Poi, ci sono le invenzioni personali, come questo fiore”. Antonio indica un motivo ornamentale ottenuto dai ragazzi di Rodi con la pietra locale: petali di basalto nero intorno a un nucleo chiaro di granito miocenico. Ma si tratta di un lusso insolito, in un lavoro che cerca la bellezza nella precisione, un po’ tessitura, un po’ puzzle, se non fosse che le tessere possono pesare una trentina di chili e spesso vengono sbozzate con martello e scalpello al carburo di diamante per ridurre "la luce” delle intercapedini. Non è facile conservare la stabilità del corpo, quando è così sollecitato; tant’è che per la prima volta hanno invitato un fisioterapista, Mauro Casucci, che spiega come lavorare senza restare inchiodati dal colpo della strega e dal tunnel carpale, la malattia professionale degli scalpellini e degli scultori che grippa le dita. Tra le mani e le pietre, possono scoppiare amori a prima vista. Come quello di Matteo, decano del gruppo, per un masso lavico deformato all’interno da una bolla gassosa. Lui lo ha notato tra tanti altri sul terreno, lo ha abbracciato nonostante quello facesse una certa resistenza e lo ha incastrato nel muro didattico, ottenendo una nicchia suggestiva. Matteo è un professionista molto apprezzato. Dieci anni fa, si è trasferito in Sardegna e si è costruito da solo una "casa a pinnetta” che i compagni giurano degna di figurare in una rivista. Quanto alla stabilità dell’opera, le regole sono empiriche, ma tassative. “Prima di tutto - insegna Noemi - quando sovrapponi i conci, il baricentro deve cadere all’interno del piano di appoggio”. Però, un po’ d’inclinazione aumenta la resistenza del manufatto, specie in funzione di terrapieno, come nei celebri terrazzamenti liguri. “In generale si rispetta il 15%, ma li preferisco più verticali, è una scelta estetica”, precisa il croato Duje. “Poi - prosegue Antonio - si devono evitare le cosiddette sorelle: i giunti tra le file vanno sfalsati altrimenti il muro tende a divaricarsi e sputa gli elementi”. Anche Serena e Duje sono maestri e hanno fatto dei muri a secco un lavoro a tempo pieno. Da 20 a 30 euro al metro, per un muro basico e senza orpelli. “Ci si vive, ma è anche una passione”. Per altri, è una pratica di meditazione. Ma se si guarda alle loro storie, si scoprono le affinità. Tutti arrivano da una formazione molto digitale e hanno trovato il modo di compensare una realtà sempre più smaterializzata e priva di tempo attraverso il contatto con la materia più consistente che ci sia. Jacopo conferma: “Non ne potevo più di vivere dentro uno schermo”. Dietro all’apparenza di moderni sciamani, nascondono solide formazioni teoriche e forti motivazioni etiche. “Non siamo solo muratori - ricorda Antonio - restauriamo il paesaggio, che è il risultato della continua relazione tra l’uomo e la natura”. E se qualche paesano non riesce a nascondere il suo stupore perché un intellettuale spacca i sassi, lui risponde citando il Galileo di Brecht che, all’accusa di essersi sporcato le mani abiurando alle sue idee davanti all’Inquisizione, risponde: “Meglio sporche, che vuote!”.
Muri a secco, una tecnologia ancestrale che non muore mai
I “maestri” a convegno in Sardegna: scienza ed etica di una pratica millenaria che mette in relazione umani e natura









