Gli imprenditori più giovani d’Italia sono quelli della Campania. E non di poco: l’età media dei titolari di Pmi nella nostra regione è di 52,2 anni, oltre quattro in meno rispetto alla media nazionale e sei e mezzo in meno rispetto alla Val d’Aosta, la regione con gli imprenditori più “anziani” (58,7). E mentre in molte regioni la percentuale di imprenditori over 60 supera il quaranta per cento, in Campania si ferma al 26%. Sono i numeri di uno studio effettuato da Perpethua, società fintech specializzata in operazioni di passaggio generazionale e M&A (Mergers and Acquisitions, fusioni e acquisizioni) per le piccole e medie imprese, che ha realizzato un osservatorio sulle Pmi.
Sono 67.545 le aziende prese in considerazione, con un fatturato compreso tra i 2 e i 25 milioni di euro. Di queste 7.527 (quasi l’11 per cento) si trovano in Campania. L’età media più bassa dei titolari di impresa è a Caserta (51,3%) - seguita da Napoli con il 51,7% - il cui tessuto produttivo registra altri due primati, quello dell’età minima più bassa (18 anni) e quello della percentuale più bassa di imprenditori over 60 (il 24%). I numeri Il dato riflette la dinamica già rilevata dai dati Istat 2024: la Campania è la regione con gli abitanti più giovani della nazione (44,5 anni di media). Ma sono sempre i dati Istat a sottolineare che neanche la Campania si sottrae al progressivo invecchiamento della popolazione italiana: nel 2023 l’età media nella regione era di 44,2 anni, di 43,9 nel 2022. La provincia campana con le Pmi “più anziane” è Benevento, dove il 30% dei titolari supera i 60 anni, seguita da Avellino (29%) e Salerno (28%). Benevento raggiunge la doppia cifra anche per quanto riguarda la quota di over 70, al 10%. I titolari di imprese partenopee – le Pmi della provincia di Napoli coprono quasi il 59% del totale regionale – sono per il 14% over 65, per il 7% over 70, per il 4% over 75 e per l’1% over 80. Un trend che rende indispensabile ragionare sui rischi dell’invecchiamento della classe imprenditoriale regionale e sul passaggio generazionale, sul rischio di perdita di valori e competenze e sulla necessità di pianificare a lungo termine, garantendo continuità e valore al proprio business. In molte imprese, infatti, non esiste un successore interno. Figli e familiari spesso scelgono percorsi differenti, al di fuori dell’azienda di famiglia, oppure non sono stati coinvolti gradualmente nell’impresa. Così accade che aziende solide, storiche e redditizie non abbiano un piano per il “dopo”. Così il grande patrimonio di esperienza può diventare vulnerabilità senza una transizione programmata. «Se da un lato i numeri sembrano positivi, dall’altro evidenziano anche una potenziale criticità. Il passaggio generazionale è un momento delicato, ma rappresenta anche una grande occasione per rilanciare la crescita, attrarre nuovi capitali e costruire una governance più solida» chiosa Tobia Piovesan, Ceo di Perpethua.






