Chi ha seguito la già citata serie televisiva “The Boys”, che si è conclusa mercoledì, e quella gemella di “Gen V”, sa che è nel corpo che risiede il potere, come si diceva un tempo delle streghe e come si racconta nelle due storie, dove i protagonisti si trovano a maneggiare capacità difficili da controllare e soprattutto da mettere a servizio della multinazionale che controlla gli Stati Uniti. Qualcosa di simile avviene, da ultimo, in Turchia, dove il presidente Recep Tayyip Erdoğan ha tuonato contro il calo demografico, parlando di “disastro” e di “tradimento” a proposito del controllo delle nascite. Quattro o cinque figli a famiglia, sostiene, consoliderebbero il futuro della Turchia: peccato che i salari siano bassi e non sia semplicissimo immaginare di poter crescere una nidiata di bambini. Ma, al solito, la colpa è del lavoro femminile, perché il presidente non gradisce tutta questa modernità. È nel corpo che risiede anche lo stigma, dunque.Dopo la tragedia di Modena persino il ministro Piantedosi ha dovuto ammettere che l’uomo che ha falciato i passanti sabato scorso non era un terrorista, ed è peraltro cittadino italiano, ma sono bastati il suo nome, e il suo corpo, perché Matteo Salvini invadesse i social con le sue proteste contro il «criminale di seconda generazione», ringraziando contemporaneamente «i coraggiosi cittadini che lo hanno fermato»: peccato che, come è noto, Salim El Koudri sia italiano, mentre i coraggiosi cittadini salvatori non hanno la cittadinanza italiana, anzi la aspetterebbero da un bel po’. Il fatto è che Salvini, e i politici come lui, sognano di veder ripetersi quello che avvenne esattamente dieci anni fa a Gorino, frazione di Goro, provincia di Ferrara, quando un centinaio dei circa quattrocento abitanti alzò barricate, non inviò i figli a scuola, sospese la pesca delle vongole per impedire a 12 donne e a 8 bambini di essere ospitati in cinque stanze (su 30) dell’ostello Amore e Natura. A Modena non è andata così: anzi, gli abitanti sono scesi in piazza contro i seminatori di odio, ed erano migliaia. La domanda conclusiva è come si arriva a parlare non ai seminatori di odio (sarebbe inutile) ma a chi li segue: gli abitanti di Gorino che protestavano contro gli stranieri dieci anni fa facevano parte di una comunità che accolse i profughi bosniaci e, a metà del secolo scorso, fu straordinaria nei confronti dei meno fortunati durante le onde di piena. A condurla a quel punto è stata una lunghissima narrazione tossica che continua ancora: e allora, come ci si oppone a quella narrazione? I tantissimi corpi di scrittori, scrittrici, lettori e lettrici che hanno affollato l’ultima edizione del Salone del Libro ne sono in grado? Al di là della bellezza del ritrovarsi, sanno trovare le parole giuste per contrastarla? E come? Perché è bello celebrare l’essere insieme, ma se, una volta chiusi i battenti, ci si disperde, il corpo di chi scrive non è che qualcosa da toccare e fotografare, e i loro testi contano meno del selfie che si riesce a strappare.Per questo, la cosa preziosa di oggi è “Lupo giù per terra”, romanzo d’esordio di Barbara D’Acierno che esce per Bompiani: è la storia di Francesca, che nasce coperta di peli come un cucciolo, ma che crescendo, e arrivando nella Roma del primo Pride, imparerà che il potere del corpo è quello di condividere quel potere, e che portarlo al conflitto, quello sano, quello giusto, significa ribellarsi infine a ogni imposizione, a ogni stigma, a ogni irrilevanza.