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Vincenzo Brunelli

Dodici lavoratori interinali si sono ribellati tutti insieme e hanno vinto la loro battaglia giudiziaria: per anni la da ditta non aveva rispettato quanto sottoscritto nell'accordo con le Rsu

Una battaglia legale per i buoni pasto. E alla fine, il verdetto del giudice, in linea con quanto già stabilito dalla Cassazione: «Il buono pasto non è legato alla classica pausa pranzo, ma è volto a garantire il benessere e il ristoro del lavoratore». Dodici lavoratori in somministrazione presso un'azienda di Monza, tramite un'agenzia del lavoro interinale, si sono ribellati tutti insieme e hanno vinto la loro battaglia giudiziaria per vedere riconosciuto il loro diritto. Il Tribunale di Monza ha, infatti, accolto le loro richieste e condannato la ditta a pagare circa 45 mila euro, tra arretrati e spese legali, agli operai che dal 2021 non avevano mai ricevuto la tesserina da sette euro per ogni turno di lavoro di almeno quattro ore - indipendentemente dall'orario di inizio e fine turno - come previsto dal loro contratto.

Nel procedimento giudiziario è emerso che a ottobre del 2021 in la società «utilizzatrice» aveva stipulato con le Rsu un accordo aziendale che, in particolare, disponeva quanto segue: «A decorrere dal primo ottobre 2021, verrà erogato a tutti i lavoratori iscritti a libro matricola un buono pasto costituito da un ticket elettronico del valore nominale di euro sette per ogni giorno effettivamente lavorato per almeno quattro ore». Ma il datore di lavoro non aveva mai applicato agli operai in contratto interinale ciò che era stato disposto nel contratto, «come emerge dalle buste paga prodotte in giudizio».