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Le cronologie di ricerca non mentono. Nei dispositivi elettronici sequestrati a Salim El Koudri, il trentunenne arrestato per l’attacco del 16 maggio a Modena, gli investigatori trovano qualcosa che cambia il peso dell’intera vicenda: ripetute ricerche su attentati europei compiuti con auto lanciate sulla folla, immagini scaricate, ricostruzioni studiate. Scenario che restituiscono un quadro che difficilmente si concilia con le letture finora principali: la follia, il rancore sociale, l’essere disoccupato. Tutte ipotesi su cui Il Tempo ha sempre creduto poco. Finora non risultano contatti con organizzazioni terroristiche né materiale di propaganda jihadista. Ma la sistematicità delle ricerche accumulata nel tempo, delinea qualcosa di strutturalmente incompatibile con l’improvvisazione.

La gip, Donatella Pianezzi, già nell’ordinanza di convalida, è più diretta. El Koudri «voleva colpire più persone possibile». La dinamica ricostruita dagli investigatori lo conferma: prima il marciapiede destro, poi il rientro in carreggiata, poi la sterzata verso il lato opposto, quello più affollato, nel momento in cui alcune vittime riescono a scansarsi. Non è la traiettoria del panico, in sostanza, ma la correzione di tiro. Bilancio: otto feriti sul selciato. Una turista tedesca perde entrambe le gambe. Poi la fuga a piedi, il coltello da venti centimetri estratto contro chi tenta di bloccarlo, una ferita inferta prima della cattura. La stessa gip annota che «al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto sia conseguenza della patologia» per cui El Koudri era in cura al Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia. Disturbo schizoide di personalità: una diagnosi che non spiega e che, secondo il giudice, non attenua.