Nelle ultime settimane, nel ciclismo su strada si parla tanto di moto. Più una gara è importante è più moto precedono, seguono o stanno accanto ai corridori in bicicletta. Quelle moto sono indispensabili per poter accompagnare, mostrare e raccontare il ciclismo: trasportano operatori televisivi, fotografi e motocronisti, e in certi casi offrono assistenza ai corridori in corsa. Secondo diversi addetti ai lavori, però, in certi casi le moto sono così vicine ai ciclisti che ne influenzano le velocità: la scia delle moto modificherebbe quindi l’andamento della corsa, impattando sul risultato finale.
È un problema che c’è da anni. È famoso uno scatto di Marco Pantani sulla salita della Cipressa, alla Milano-Sanremo 1999, in cui è circondato da moto, che a volte per chi pedala in corsa possono anche essere un pericolo o un ostacolo. Oggi le moto sono meno di una volta, e in genere meglio organizzate, ma ancora presenti ed essenziali.
I primi a lamentarsi delle moto sono i ciclisti stessi, specie nei casi in cui sono altri, e non loro, a beneficiare dell’effetto scia. Durante il Giro di Romandia, una corsa a tappe in Svizzera che si svolge verso fine aprile, l’australiano Luke Plapp aveva definito «semplicemente ridicolo» l’aiuto che, secondo lui, le moto avrebbero fornito alla squadra di Tadej Pogacar, il ciclista più forte del mondo. Secondo Plapp le moto avevano aiutato il gruppo di cui faceva parte Pogacar ad andare veloce così da evitare che i corridori in fuga, che provano cioè ad avvantaggiarsi sul gruppo, potessero guadagnare troppo vantaggio.












