Al Mugello, durante il weekend del Gran Premio d’Italia, il rumore arriva prima di tutto il resto. Arriva prima delle immagini, prima dei tempi sul monitor, prima delle spiegazioni tecniche. È un suono fisico, quasi solido, che attraversa l’aria e ricorda a chiunque si trovi nel paddock che questo sport resta una faccenda viscerale, meccanica, umana. Poi, però, appena ci si avvicina al box Ducati Lenovo Team, la percezione cambia. La MotoGP, per certi versi, è la stessa di tanti anni fa, fatta di benzina, gomma, freni incandescenti e traiettorie impossibili. Ma oggi non è più soltanto questo. Si capisce subito che la prestazione dei piloti in pista è solo l’ultimo anello di una catena invisibile e lunghissima. C’è un’intera filiera di dati, simulazioni, sensori, infrastrutture mobili e decisioni prese in pochi minuti. La MotoGP contemporanea si corre anche dentro un sistema tecnologico.

È soprattutto una ricerca spasmodica di dettagli. Millesimi di secondo. Piccole cose che, sommate, permettono a una moto di andare più forte di un’altra. Il pilota resta fondamentale, certo. Ma la moto, oggi, non è più solo un oggetto meccanico: è una piattaforma piena di sensori, circa cinquanta, che misurano continuamente quello che accade durante ogni gara. Tutto, dalle frenate ai trasferimenti di carico, dal comportamento delle sospensioni alle risposte dell’elettronica, diventa informazione. E l’informazione, in MotoGP, è una materia prima di inestimabile valore.