Belgrado. Fare qualcosa o scomparire: questo devono aver pensato gli studenti u blokadi, il collettivo di universitari che da due anni combatte per la giustizia per le vittime della stazione di Novi Sad, in Serbia. Per questo è stata organizzata il 23 maggio una grande manifestazione a piazza Slavija, l’inizio informale della campagna elettorale, secondo i loro piani. Nelle settimane precedenti c’era stata molta tensione: un automobilista aveva investito, di fronte alla facoltà di diritto, Veroljub Saric, un pensionato novantenne, durante un blocco del traffico. Lo stesso giorno il capo della polizia di Belgrado, Veselin Milić, era stato arrestato, con l’accusa di aver occultato il cadavere di un boss con cui si era incontrato in un ristorante a inizio maggio. Questi episodi hanno contribuito all’affluenza straordinaria (le prime stime sono di 190 mila persone) di Slavija. Ma, a quasi due anni dall’inizio della protesta, lasciano un interrogativo: cosa sono oggi gli studenti e cosa faranno da grandi?Un primo colpo lo hanno battuto la settimana scorsa, con la pubblicazione di un “Memorandum sul Kosovo”, il primo documento prodotto da loro sul tema. Per un anno e mezzo, gli studenti hanno preferito non sbilanciarsi. Adesso una posizione c’è: il Kosovo è parte inalienabile della Serbia, della sua cultura e della sua identità. Nel rispetto del diritto internazionale e in modo pacifico, gli studenti lo vogliono indietro. “Niente di nuovo rispetto ai nazionalisti degli ultimi 20 anni”, dice Giorgio Fruscione, analista dell’Ispi: “Ma è importante che gli studenti abbiano preso una posizione su un tema che è inevitabile, in Serbia, e che è stato appannaggio del presidente Aleksandar Vucic da sempre. Questo spiega anche la sua reazione stizzita e il fatto che bolli i suoi avversari come ‘ingenui’”. Secondo Milos, un attivista che sta di fronte alla facoltà di Giurisprudenza, si tratta di una svolta non indolore, ma necessaria: “Io sono di sinistra ed europeista, ma non bisogna essere ideologici, serve pragmatismo. Se lasciamo il Kosovo a Vucic e alla destra, questo permetterà l’accesso in Parlamento a piccoli partiti che si alleeranno con lui e ci faranno perdere”. L’ispiratore della strategia è, suo malgrado, Péter Magyar. “Bisogna fare come in Ungheria. Poi avremo tempo per pensare a destra, centro, sinistra. Ma ora dobbiamo liberarci di Vucic”.Questa strategia porta consensi. In mezzo alla folla che si incammina verso Slavija, Mirjana, con una bandiera in mano, dice: “Fra due settimane nella mia città, Pristina, ci saranno le elezioni. Ci tengo a dirlo, queste non sono le mie elezioni e questa è la mia bandiera, non quella degli albanesi”. In mezzo alla folla, non mancano le bandiere con scritto Kosovo je srce Srbije, portate da persone di ogni età. Così come gli immancabili cori contro Vucic Shqiptar, “albanese”. Molto rapidamente, Slavija si riempie. Il colpo d’occhio è impressionante: non c’è abbastanza spazio per tutti, nemmeno nelle vie limitrofe. E’ la piazza degli studenti, è la piazza dei professori e di chi è in rivolta dall’inizio. Si parla di investimenti in arte e cultura, delle due studentesse serbe al festival di Cannes, di diritti dei lavoratori e di avere un governo non corrotto. Argomenti patriottici, ma non nazionalisti. La parola Kosovo si sente solo di sfuggita. La protesta dura due ore, sotto il sole, fra le 5 e le 7 di sera. C’è spazio per la musica e per capire quale Serbia l’intellighenzia del movimento vuole: un paese più aperto, che investe di più in cultura e combatte una serie di mali atavici.Gli studenti congedano i manifestanti, che lasciano Slavija abbastanza rapidamente. Un gran numero di loro si dirige verso Pionerski Park, dove il governo ha creato ćacilend, un accampamento paramilitare di sostenitori del governo che funge da protezione per il palazzo presidenziale. Fra di loro ci sono moltissimi ultras e agitatori, che provocano la polizia e iniziano a tirare bombe carta. La situazione va fuori controllo: qualche centinaio di facinorosi porta avanti una guerriglia urbana, con un migliaio di persone a incitarle. La polizia risponde con cariche continue, mentre i manifestanti bruciano bidoni dell’immondizia e li usano come barricate. Alla fine, la polizia arriva a bordo di blindati e riporta la calma, dopo aver arrestato 26 persone. Gli organizzatori della protesta non sono lì: sono rimasti a Slavija. Sanno cosa succede, ma non hanno alcuna voglia di farsi coinvolgere.Sarà proprio questo uno dei grandi nodi gordiani della campagna elettorale. Chi sono gli studenti? Le persone che salgono sul palco e parlano del programma, la stragrande maggioranza silenziosa di cittadini di Slavija? Oppure la minoranza di hooligans e nazionalisti che si scontra con la polizia? Su questo si gioca una buona fetta di quello che sarà la Serbia nel futuro.