Molte parole inglesi sono diventate italiane. Nessuno si preoccupa di sostituire computer, weekend, marketing, smartphone o welfare con equivalenti italiani. Sono parole che, a un certo punto, hanno smesso di apparire straniere. Anche welfare è ormai una parola italiana. Eppure la traduzione esiste: significa benessere, oppure stato sociale. Deriva da well-fare, “andare bene”, prosperare, vivere bene, in condizioni favorevoli. Da qualche tempo si sta affermando un’altra parola inglese: warfare. E si parla apertamente del passaggio dal welfare state al warfare state. Un cambiamento politico, economico e culturale in via di programmazione.

Le parole conducono messaggi e modellano la percezione della realtà. Il New Green Deal europeo proponeva una transizione ecologica fondata su investimenti pubblici, innovazione, protezione ambientale e sociale, trasformazione energetica. Un’idea di futuro legata al welfare. Oggi, invece, il linguaggio dominante è sempre più quello della sicurezza, della deterrenza, della preparazione strategica e del riarmo. Il programma inizialmente chiamato ReArm Europe, però, è stato ribattezzato Readiness 2030. L’obiettivo non cambia: aumento delle spese militari, rafforzamento dell’industria bellica, mobilitazione di centinaia di miliardi di euro per prepararsi a possibili conflitti. Ma il messaggio cambia eccome. “Riarmare l’Europa” suona aggressivo. “Prontezza 2030” sembra prudente, responsabile, quasi rassicurante. È il potere delle parole. “Preparazione” attenua ciò che “riarmo” rende evidente. Le parole inglesi, inoltre, hanno spesso un effetto anestetico: suonano tecniche, neutre. Warfare state suona quasi come una formula da think tank. “Società organizzata attorno alla guerra” suonerebbe molto più inquietante.