La superIA non è una tecnologia nuova e diversa rispetto a quella che utilizziamo quotidianamente. È la stessa matrice che agisce con più velocità, più capacità di interconnessione, più agevolazione del lavoro, ma anche con l’effetto negativo di aumentare in noi la resa cognitiva, la delega del nostro pensiero e delle nostre scelte alla macchina. Per la nostra libertà di pensiero e di azione, per evitare lo schiacciamento da parte dell’iper-potere tecnologico, non bisogna distrarsi né farsi sedurre. Per inquadrarne gli sviluppi è necessaria una stretta cooperazione tra tutte le discipline, l’economia, il diritto, la politica, la filosofia, la fisica, la matematica, la tecnologia digitale vera e propria.
Occorre una riflessione approfondita e continuativa, come suggerisce il rapporto di OpenAI (pubblicato ad aprile), e occorrono proposte concrete per valorizzarne i pregi e limitare i rischi. Oscilliamo tra entusiasmi e apocalissi. Uno dei problemi più gravi riguarda la diversa visione dei problemi posti dalla IA in Europa e negli Stati Uniti. Da noi vige il principio di precauzione basato sulla garanzia dei fondamentali diritti umani; negli Stati Uniti prevalgono i principi della tutela del mercato e della garanzia dello sviluppo tecnologico. Nel 2003 più di mille personalità – tra le quali Elon Musk e Steve Wozniak, il co-fondatore di Apple – proposero una moratoria di sei mesi nelle ricerche sulla IA per mettere a punto alcuni limiti etici. L’idea era onesta, ma apparentemente ingenua. Nel mondo reale bisogna competere con Cina, Russia, India, Corea del Nord, Paesi che, naturalmente, non si sentirebbero vincolati da limiti etici posti da noi occidentali. Nei sei mesi di fermo quei Paesi avrebbero potuto superare di gran lunga le nostre capacità. Le moratorie sono di limitata efficacia e rischiano di favorire i competitori. È meglio seguire attentamente i processi tecnologici, intrecciando le diverse competenze.










