Sansonna ha davanti una sceneggiatura potenzialmente da Oscar e con montaggio alternato sceglie di andare avanti e indietro nella storia e nel dna dei nerazzurri, avendo come strada maestra quella dell'insania, riassunta dagli antipodici “Pazza Inter amala”, scelta come colonna sonora societaria, e l’acido “Interista diventi pazzo” intonato dalla curva rivale del Milan davanti ai decenni di scarsi successi dei cugini. Per trovare un equilibrio sopra la follia mette a confronto, in chiave dichiaratamente freudiana, le due Inter morattiane: quella del padre Angelo, imprenditore di successo, ramo petroli, nel boom italiano, con quella del rampollo Massimo. Il primo in grado di coronare un sogno familiare, l’acquisto della società che trascinò sulla cima del mondo con le due Coppa Campioni e Intercontinentale consecutive auspice il suo mago, Herrera, di cui viene evocata una biografia alla “Prova a prendermi”; il secondo a lungo impossibilitato a eguagliare il genitore, malgrado acquisti pazzeschi, da Ronaldo il fenomeno a Baggio, da Recoba, Pirlo e Adriano a Roberto Carlos, Figo e Ibrahimovic: “Nessuna gag può rasentare l’impatto grottesco della semplice lettura, senza impantanarsi troppo nei tecnicismi, dei nomi vertiginosi ingaggiati dall’Inter per non vincere nulla”.Ma tutto, i fasti di un tempo e gli sperperi recenti, tra citazioni dal grande cinema, sembrano predisporre il piatto, appunto, a “La Grande Bouffe” del Triplete. E lo snodo del volume è l'apologia del primo motore delle affermazioni, Josè Mourinho. Geniale, affascinante, “divisivo”, uno psicologo prima che un tecnico, un affabulatore oltre che uno stratega, un Corto Maltese “fanatico di calcio a livello da Rischiatutto” scrive l’autore. A parte le pose in manette e le frasi celebri, gli “zero tituli”, si delinea una figura dallo spessore insospettabile, un poliglotta formatosi sulle letture di sociologi e psicanalisti, così estraneo a un mondo del calcio a digiuno di cultura.Fu lui l’artefice del triplo successo, prima degli eroi che scesero in campo a regalare, oltre il trofeo nazionale, un campionato pirotecnico con inseguimenti e sorpassi, e quella coppa dalle grandi orecchie che mancava da quasi mezzo secolo dalla bacheca nerazzurra: sulla via di Madrid, dove si consumò l’ultimo atto della cavalcata europea, brillarono la rodariana “Luna di Kiev” che splendeva su una gara risolta negli ultimi minuti, a illuminare la qualificazione dopo i gironi, e la doppia sfida in semifinale con il Barcellona di Messi e Iniesta, apparentemente ingiocabile, come si dice adesso. Ma all’11 di Mou quell’anno nulla era precluso, come sappiamo. E così il film dell’annata si avvia alla conclusione e il romanzo popolare può avere il suo lieto finale: mentre al lettore resta la sensazione che il calcio, quando non è dominato da scandali e gossip inutili, e quando è raccontato con penna così felice, possa tornare a essere davvero quell’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo preconizzata, proprio all’epoca di Moratti senior, da Pier Paolo Pasolini.