Francia, Germania, Danimarca e Paesi Bassi stanno traducendo la sovranità digitale in migrazioni, formati aperti e infrastrutture locali. L’Italia dispone di strategie e regole, ma non ha ancora avviato un piano nazionale di sostituzione del software statunitense comparabile per scala e continuità
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Negli ultimi mesi diversi governi europei hanno trasformato la retorica sulla sovranità digitale in scelte operative.
A spingere questi governi non è un riflesso ideologico, ma una preoccupazione concreta: il timore che dati e servizi pubblici restino esposti a normative extraterritoriali, a tensioni geopolitiche e ai rischi di una concentrazione infrastrutturale. In questo movimento l’Italia non è formalmente assente, perché ha firmato gli stessi documenti europei e dispone di un quadro programmatico apprezzabile.
Ciò che manca è l’attuazione. Mentre gli altri grandi Paesi traducono gli impegni in migrazioni misurabili, la terza economia dell’Unione continua a sottoscrivere dichiarazioni senza avviare alcun programma nazionale di sostituzione paragonabile per scala e ambizione, e resta largamente dipendente dalle piattaforme che dichiara di voler superare.









