di
Cesare Giuzzi
Un’ottantina di segnalazioni (alcune molto fantasiose) con nome e cognome inviate in questi mesi ai magistrati di Pavia e ai carabinieri di mezza Italia per suggerire piste, segnalare stranezze nel delitto di Chiara Poggi
Macché santi, poeti e navigatori. Gli italiani sono un popolo di detective. Soprattutto detective mancati, verrebbe da dire leggendo nelle pieghe del fascicolo delle nuove indagini del caso Garlasco. Un’ottantina di segnalazioni con nome e cognome inviate in questi mesi ai magistrati di Pavia e ai carabinieri di mezza Italia per suggerire piste, segnalare stranezze, condividere fantasiose ricostruzioni su sette e suicidi di massa. Ma anche «controperizie» per smontare quelle ufficiali e ingegnose strategie investigative tra immagini satellitari e ispezioni geologiche. Tutti uniti da un comune intento: condividere con gli investigatori l’intuizione da divano, un po’ miss Marple, un po’ Csi. Certo, molto lo ha fatto il costante bombardamento di social e tv che da un anno e mezzo non mollano un minuto (di palinsesto) con le immagini del delitto, la ricostruzione della camminata del killer, l’analisi di celle telefoniche e del sistema d’allarme di casa Poggi. Un unicum, anche a fronte di precedenti pesanti del passato (da Cogne ad Avetrana), forse un po’ figlio della proposta televisiva tradizionale in crisi, forse un po’ dalla morbosità di un popolo che produce ascolti e genera profitti.






