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Stretto di Hormuz parzialmente aperto

Ieri ne sono passate 33, in cinque giorni 150 navi. Gratis. È una goccia nel mare che separa il Golfo Persico da quello di Oman. Ma è più di zero. L’ipotesi di tregua tra Usa e Iran sta già facendo da stent allo stretto di Hormuz, arteria vitale per i commerci mondiali, ostruita da una guerra che ora nessuno sembra più volere, e che anche Israele in qualche modo dovrà accettare. "Il Tevere più largo" scrisse Spadolini su Il Resto del Carlino nell’autunno del 1958 dopo l’elezione di Papa Giovanni, segno di distensione tra Stato e Chiesa. Anche Hormuz sembra avviato ad esserlo, se il disgelo tra i belligeranti si consoliderà con un congruo periodo di non aggressione. Niente a che vedere con la pace, ovviamente, ma sufficiente a definire tempi e contenuti di qualcosa che le assomigli in modo duraturo. In fondo, è quanto sta succedendo a Gaza, dove la tregua spesso è violata, ma la guerra è comunque sospesa. Per adesso, accontentiamoci. Se da quel collo di bottiglia passa il 20% di petrolio consumato al mondo, non è allarmismo prevedere, come fanno tutti gli osservatori, che un blocco prolungato porterebbe a crisi e recessione. Effetti che nessuno vuole: Washington, Teheran e la Ue, certo, ma anche e soprattutto Pechino che distribuisce manufatti e materie prime, affamato di traffici e di energia. Un flusso che non può fermarsi a Hormuz, strettoia vitale come il canale di Suez. Non a caso i nostri cacciamine sono pronti a intervenire a tregua consolidata, come ha confermato Tajani. Lo fecero già negli anni ‘80 quando il Cairo chiuse il Canale perché gli iraniani (guarda caso) avevano minato il Mar Rosso. Operazione di pace e di bonifica che stava all’epoca, e starebbe ora, nel binario della Costituzione e nell’interesse del Paese. E’ vero: Trump insiste sul blocco, gli ayatollah sui pedaggi. Ma qualcosa si è mosso. Hormuz, resta uno stretto: a quanto pare un po’ più largo.