MILANO. Il tempo sta per scadere. Andrea Sempio si è sempre dichiarato innocente e ora ha ancora un paio di giorni per decidere se farsi interrogare per la prima volta dalla procura di Pavia. Intanto, però, i suoi avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia lavorano senza sosta per provare a smontare la ricostruzione dei pm che accusano il commesso trentottenne di aver ucciso Chiara Poggi il 13 agosto di diciannove anni fa, con «crudeltà» e per «motivi abietti». Non sarà facile da scalare la montagna che hanno davanti. Perché, con le sei consulenze che depositeranno in questi giorni, devono riuscire a smentire gli esiti degli accertamenti scientifici che, per l’accusa, collocano l’indagato nella villetta di via Pascoli a Garlasco proprio nella mattina del delitto, a partire dal dna sulle unghie della vittima e dall’ormai nota «impronta 33». Sono stati per primi gli avvocati Giada Bocellari e Antonio De Renzis - che assistono Alberto Stasi, all’epoca fidanzato della vittima, l’ unico condannato in via definitiva a sedici anni di carcere per l’omicidio - ad attribuire, tramite una consulenza di parte, il dna sulle unghie di Chiara Poggi proprio all’amico del fratello. Dopo la riapertura del caso e la conferma arrivata dalla consulenza che la procura diretta da Fabio Napoleone ha affidato al professore Carlo Previderè - lo stesso del caso di Yara Gambirasio - e alla genetista Pierangela Grignani, sul nodo dna si è deciso di procedere con un incidente probatorio. Anche in questo caso, pur con una serie di criticità, la perita Denise Albani ha stabilito che il dna sulle unghie della vittima sia compatibile con quello della linea paterna di Sempio. L’impronta 33 C’è poi la ormai nota impronta sul muro delle scale della cantina in cui è stato trovato il corpo massacrato della ventiseienne. Seppure non sia mai stato ritrovato il grattato dell’intonaco per stabilire se quella traccia fosse o meno sporca di sangue, i carabinieri della Omicidi del Nucleo investigativo di Milano, diretti dal comandante Antonio Coppola, hanno deciso di raccogliere le testimonianze degli investigatori del Ris dell’epoca. E, dai verbali, è emerso che già loro ritenevano che quella traccia potesse essere stata lasciata dall’assassino perché fresca e «bagnata», tanto che «faceva senso». Con quindici minuzie, per l’accusa, quell'impronta appartiene alla mano destra di Sempio. L’assenza dell’alibi Già nel 2008, sentito come testimone dai carabinieri di Vigevano, senza che nessuno glielo chiedesse, Andrea Sempio provò a collocarsi lontano dalla villetta di Garlasco la mattina del 13 agosto del 2007. E lo fece portando lo scontrino di un parcheggio a Vigevano dove sarebbe andato con l’auto di famiglia per raggiungere una libreria quel giorno chiusa. Un ticket conservato senza alcun motivo per oltre un anno che insospettì già gli investigatori dell’epoca. Secondo la ricostruzione della procura pavese è molto più probabile che quello scontrino sia stato invece pagato dalla madre che quella mattina era andata a Vigevano per incontrare un amico vigile del fuoco che lavorava a pochi passi dal parcheggio. Tant’è che anche il padre, Giuseppe Sempio, intercettato, diceva alla donna: «Perché comunque lo scontrino lo hai fatto tu».