Si chiama “protective presence”, protezione attraverso la presenza. Non riguarda solo Israele ma molte situazioni di conflitti e violenze. È stata ed è molto usata dall’Unhcr, l’organizzazione Onu per i rifugiati. In Israele se ne parla molto. L’abbiamo vista all’opera nel giorno in cui si festeggiava la presa di Gerusalemme nella guerra dei Sei giorni, Yom Yerushalayim, da sempre una ricorrenza celebrata con entusiasmo dalle destre nazionaliste e religiose, la presa di Gerusalemme e l’inizio dell’occupazione. Negli ultimi anni, in particolare quest’anno, le destre si sono scatenate, i coloni dalla Cisgiordania sono scesi in massa a Gerusalemme, hanno fatto irruzione nella Città Vecchia, aggredito i palestinesi, distrutto i loro negozi, il tutto nell’indifferenza o nella complicità della polizia. Ma c’erano gli attivisti dei gruppi che si battono contro Netanyahu e il suo governo. Vestiti di un giubbotto viola, si sono frapposti con le braccia distese fra gli aggressori e gli aggrediti, cercando di evitare aggressioni e violenze. Sono pacifici, senza armi, a differenza dei coloni, riuniti in gruppi misti di ebrei e palestinesi, in organizzazioni importanti come Standing together o il New Israel Fund. I gruppi erano composti soprattutto di ebrei, perché l’intento di fronte a quelle violenze è proprio quello di frapporre il corpo di ebrei degli attivisti a difesa di quello dei palestinesi.
Quegli attivisti che sfidano Re Bibi per salvare i palestinesi dall’odio
Nelle strade di Gerusalemme la resistenza civile fa scudo con il corpo all’estremismo ebraico
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