Si passa? Torniamo a Casa? Sui ponti delle navi le dichiarazioni di Trump sono attese, ormai, con una crescente ansia. C’è anche chi interrompe la telefonata con i familiari pur di seguire le uscite del presidente americano. L’unica cosa che viene commentata con qualche entusiasmo è il fatto che Hormuz è diventato centrale nella trattativa; gli stessi messaggi che da bordo arrivano alle famiglie sottolineano che, questo particolare, ha riacceso le speranze per una soluzione a breve. Ma come si prepara il levate le ancore? Cominciamo col dire subito che le posizioni sono diverse a seconda se parliamo di navi cariche in uscita da Hormuz o, viceversa di navi, soprattutto petroliere che devono raggiungere una delle raffinerie all’interno del Golfo Persico. A disciplinare il traffico in entrata, dopo il via libera su rotte sicure, senza mine, saranno proprio le raffinerie.

È evidente che le centinaia e centinaia di petroliere ferme, oltre duemila vascelli in tutto, non potranno attraccare contemporaneamente. In questo caso, dunque, si aspetta l’ok proprio dalla raffineria che seguirà, evidentemente, un ordine basato sulle prenotazioni. «Speriamo - dice un comandante sorrentino di una tanker ferma da tre mesi - che non si faranno favoritismi a Paese amici. Altrimenti, anche se si apre domani, rischiamo di stare qui un altro mese prima di entrare». Il comandante non vuole far apparire il suo nome ma, comunque, aggiunge: «Dipende anche dai buoni uffici dell’armatore o dell’agente marittimo con la raffineria. Noi siamo clienti definiti buoni, veniamo da molti anni e pagamenti sempre regolari». Per le navi che devono caricare bisogna anche fare un’altra differenza tra quelle che devono stivare petrolio e quelle che, invece, devono caricare prodotti raffinati. La previsione Gregorio De Felice, chief economist & head of research di Intesa Sanpaolo non ha dubbi: «Una riapertura dello stretto di Hormuz richiede tempo per tornare ad una normalizzazione dei flussi al 100%. «Stimiamo - ha detto - un mese per i flussi petroliferi e 3-6 mesi per i prodotti raffinati, chimici e alluminio». Per questi prodotti, infatti, bisogna rimettere in moto le raffinerie e i tempi di produzione sono inevitabilmente più lunghi. Ma torniamo alle rotte. Le procedure sono completamente diverse per le navi cariche che aspettano di uscire dal Golfo Persico. In questo caso avrà un ruolo importante la posizione. Una volta assegnata una rotta sicura, certamente si metteranno in movimento prima le navi meglio posizionate. È vero, lo stretto è largo una ventina di chilometri; ma è anche vero che nessuno imboccherà una rotta al buio, senza sapere il posizionamento delle mine. L’unico punto di riferimento, al momento, sono le rotte seguite dalle navi che sono riuscite ad uscire da Hormuz, magari navigando vicino alle coste dell’Oman ma, come fanno notare da bordo, una cosa è avere certezze; una cosa completamente diversa è muoversi al buio. Ecco perché tutti attendono: le migliori indicazioni saranno quelle provenienti dalle navi americane. Le loro tracce molti le hanno registrate e sperano di potersi muovere proprio seguendo quelle traiettorie.Questo particolare spiega il fatto che nel pomeriggio di ieri su Marine Traffic si sono viste diverse navi in movimento per cercare una buona posizione. Così, in poche ore, si è passati da fitti raggruppamenti a dislocamenti separati, anche nella parte centrale dello stretto. Nessuno, comunque, si muoverà prima di aver ricevuto l’ok dal comandante di armamento o dallo stesso armatore. Il via libera il comandante lo deve ricevere solo e soltanto dagli uffici della compagnia. Solo più avanti ci sarà il definitivo avanti tutta che arriverà solo dopo che tutta l’arena sarà stata liberata dalle mine: lo sminamento, infatti, renderà le rotte sicure e i traffici potranno riprendere liberamente. Certo, bisogna fare in fretta ed è per questo che molti Paesi, tra cui l’Italia, stanno già inviando cacciamine nell’area, pronti ad intervenire - come ha ribadito il ministro degli Esteri Tajani - in una missione internazionale, una volta terminato il conflitto. E proprio i tempi per mettere in modo questa missione internazionale incideranno molto sul ritorno alla normalità dei traffici. Al momento, infatti, non esistono indicazioni precise sul numero delle mine rilasciate e sul loro posizionamento. La speranza è che un accordo di pace convinca i Guardiani della Rivoluzione a fornire dati precisi in modo da velocizzare al massimo le operazioni. Che la situazione sia ancora tutta da determinare per quanto riguarda i tempi lo si capisce anche dal fatto che il cessate il fuoco, secondo l’agenzia Axios, verrebbe allungato di altri 60 giorni, prorogabile di comune accordo. E durante questo periodo, nel quale le due parti negozieranno l'accordo finale, lo stretto rimarrebbe aperto libero da pedaggi e mine. Nel frattempo, comunque, le forze Usa mobilitate negli ultimi mesi rimarrebbero nell'area, ritirandosi solo in caso di accordo definitivo.