«È chiaro che dobbiamo avere un Registro tumori aggiornato», aveva chiarito, più volte, Roberto Fico in campagna elettorale. Perché, spiegava «servono dati attendibili per lavorare». E sulla Terra dei fuochi «bisogna rimetterla di nuovo al centro del programma politico, perché credo che negli ultimi anni sia stata un po’ abbandonata». Operazione di piena trasparenza resa pubblica, l’altro giorno, con la pubblicazione dei dati aggiornati su tutte le patologie. Dopo che per anni, il più delle volte, i numeri delle Asl mai venivano resi pubblici o lo erano con grandissimo ritardo.
Ora l’inversione di rotta con il nuovo corso di palazzo Santa Lucia che mette a disposizione numeri aggiornati: «Solo attraverso dati certi è - ha spiegato Fico l’algtro giorno - possibile intervenire». D’altronde le tabelle georeferenziate certificano quello che si è sempre saputo. Ovvero che in circa due terzi dei comuni della Terra dei Fuochi (60 su 90 Municipi) si registra una più alta incidenza di neoplasie maligne e una più alta mortalità per cancro rispetto alla media regionale e nazionale in linea con le aree a più alta industrializzazione del Paese. Da qui parte la massiccia campagna di interventi della Regione in sinergia con il commissariato di governo per le bonifiche guidato dal generale Giuseppe Vadalà. Gli interventi Anzitutto nel primo bilancio regionale della governance di Fico sono state individuate risorse aggiuntive, con particolare attenzione agli interventi di bonifica e risanamento ambientale. A cominciare dai cinque milioni di euro destinati alle bonifiche nel comune di Acerra, per completare gli interventi previsti dall’accordo del 2009 tra Regione e ministero dell’Ambiente. Proprio nel comune dove sabato il Pontefice ha portato un messaggio di speranza nei confronti delle famiglie colpite da troppi lutti a causa dei tumori. Mentre ulteriori 9 milioni sono stati stanziati per la bonifica, la messa in sicurezza e il ripristino ambientale dell’ex Agrimonda di Mariglianella, sito di fitofarmaci distrutto da un incendio oltre trent’anni fa, classificato come altamente inquinante e mai bonificato. La maggior parte dei siti da bonificare sono in carico al commissariato ma rimangono alla Regione Campania alcune aree. Anzitutto la cosiddetta «Area vasta» di Giugliano, che solo a giugno scorso è stata ufficialmente perimetrata (dopo un percorso iniziato quando al ministero dell’ambiente c’era Sergio Costa) e riconosciuta come Sin, sito di interesse nazionale (sul modello Bagnoli per intenderci). Parliamo di un’area enorme, circa 220 ettari, in cui sono allocate, nell’ordine, le discariche ex Resit (Cava X, Cava Z), Masseria del Pozzo-Schiavi, Novambiente ed i siti di stoccaggio delle ecoballe. Cosa c’è li sotto? Per dare un’idea bisognerebbe leggere una perizia commissionata dalla procura di Napoli nel 2008: furono trovati rifiuti speciali di vario genere e di diversa provenienza. Tra questi, anche fanghi provenienti dall’Acna di Cengio, in provincia di Savona, una fabbrica di coloranti ed esplosivi che nel 1988 provocò un disastro ambientale in val Bormida. Ora gli impianti sono tutti fermi, ma i rifiuti non sono stati mai bonificati. Ma a breve si parte, su spinta dell’assessora regionale all’Ambiente Claudia Pecoraro, perché inizierà su quest’area, punto d’arrivo per anni dei rifiuti di mezza Italia, la caratterizzazione dei rifiuti. Da qui, da questo punto si potrà mettere a punto il maxi progetto e poi la bonifica vera e propria. Nel mezzo la questione più spinosa: capire se alcune aree si possano definire ancora Campania felix oppure no. Parliamo dei terreni agricoli situati nella «Terra dei Fuochi» per capire se siano idonei alla coltivazione, al solo pascolo o se siano aree soggetti a divieti assoluti, secondo la classificazione ufficiale dei suoli stabilita dai decreti interministeriali nati dal Decreto Legge 136/2013. In pratica parliamo di quattro classi di idoneità basate sul livello di contaminazione chimica di suoli e acque. Quindi se siano terreni pienamente idonei per l’agricoltura e la produzione agroalimentare o solo in parte attraverso la coltivazione solo di piante che non assorbono o non accumulano i contaminanti specifici riscontrati in quel suolo (classe a e B). Se non dovessero esserlo queste aree possono essere utilizzate esclusivamente per colture bioenergie o florovivaismo (classe C). O altrimenti la classe D: divieto assoluto perché con livelli di contaminazione critici.






