Con la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea, la prima direttiva europea sulla lotta alla corruzione diventa diritto vigente, vincolante per gli Stati membri chiamati al suo recepimento. L’Italia ha dunque due anni per recepirla, tre per adottare la strategia nazionale anticorruzione prevista dalla direttiva. È un’occasione preziosa: non per riaprire vecchie guerre, ma per fare finalmente sul serio.Il punto di partenza non è la direttiva in sé, ma lo stato in cui versa il sistema italiano dell’anticorruzione. È un sistema che, a quattordici anni dalla legge 190 del 2012, mostra stanchezza strutturale: i piani triennali di prevenzione della corruzione sono troppo spesso diventati un adempimento rituale e hanno perso autonomia; la figura del responsabile anticorruzione nelle pubbliche amministrazioni è spesso rimasta isolata, o sovraccarica; l’Autorità anticorruzione (ANAC) ha accumulato funzioni eterogenee senza disporre di strumenti di enforcement davvero incisivi, il lobbying continua ad essere privo di una regolazione organica mentre la disciplina dei conflitti di interesse resta frammentaria e insoddisfacente.
Occorre un bilancio laico, senza nostalgie e senza autoassoluzioni: cosa ha funzionato, cosa va ripensato, cosa va rafforzato.Su questo sfondo si inserisce l’impatto della legge Nordio del 2024 — la legge 114 — che ha abrogato il reato di abuso d’ufficio e ridotto drasticamente l’area applicativa del traffico di influenze illecite. Chi l’ha sostenuta ha ritenuto che fosse giusto liberare i funzionari pubblici da un eccesso di responsabilizzazione che ne bloccava l’azione, e garantire al tempo stesso una maggiore autonomia dal controllo giudiziario sulle scelte amministrative. Il problema è che la riforma non ha compensato in alcun modo questo arretramento: non ha rafforzato i presidi preventivi, non ha ridisegnato le situazioni di conflitto di interesse, non ha risposto ai vuoti di tutela che essa stessa apriva. Il risultato è che oggi ci troviamo in quello spazio di transizione in cui nascono i mostri: meno repressione penale, non più prevenzione amministrativa, di fatto diffusi vuoti di tutela. La direttiva europea obbliga ora a fare i conti con questa situazione, e lo fa con un testo che appare a volte «minimale» ma comunque esigente.






