Quasi uno a cento. È il rapporto di CO2 emesso da un piattino riutilizzabile lavato e rispedito, rispetto a trecento piattini monouso fabbricati, usati per dieci minuti e gettati. È questo l’universo dove la startup Zero Impack sta costruendo la sua scommessa industriale convincere la ristorazione collettiva italiana a tornare al riuso delle stoviglie.
Quello delle mense scolastiche, universitarie, militari, ospedaliere e delle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è un settore enorme e quasi invisibile: centinaia di migliaia di pasti distribuiti ogni giorno. È anche, tutt'oggi, uno dei più analogici del paese. L'intreccio fra menù, allergie, diete sanitarie ed etico-religiose (passate in pochi anni dal 5% al 25% del totale) viene ancora governato a colpi di fogli di carta, post-it, telefonate e mail.
La startup nata durante il lockdown
La storia comincia nel 2020. Irene Simone coordina l'unità di Open Innovation del Policlinico Gemelli; il fratello Giulio è a Eindhoven, con un dottorato in Fisica appena chiuso. Il confinamento di marzo li lascia a guardare le pile di contenitori Deliveroo che si accumulano dopo dieci minuti di pranzo. "Immaginati se tutto questo fosse riutilizzabile", è la battuta semi-seria da cui parte tutto. Nel 2021 fondano Zero Impack.






