Negli ultimi anni, sotto il nome di contrasto alla “povertà educativa”, sono state realizzate esperienze estremamente significative. Scuole, enti del terzo settore, educatrici, educatori, amministrazioni locali hanno rappresentato presìdi reali, talvolta gli unici, contro l’isolamento sociale, l’abbandono, la mancanza di servizi.
E allora, perché mai criticare il concetto di “povertà educativa”? Analizzare criticamente la categoria di “povertà educativa” non significa sminuire il lavoro di chi, ogni giorno, prova a rendere meno ingiuste le condizioni di crescita di bambine, bambini, adolescenti. Né significa negare che esistano disuguaglianze di opportunità culturali, scolastiche, relazionali, formative. Esistono, ma definire lo svantaggio “povertà educativa” aiuta davvero a comprendere la situazione? Questa formula, così efficace sul piano comunicativo, non rischia di rendere meno visibili le cause materiali della disuguaglianza?
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Il primo problema è teorico. Parlare di “povertà educativa” come forma specifica e distinta di povertà è uno slittamento semantico che comporta dei rischi. Se un bambino non legge, non va al museo, non frequenta attività sportive, non partecipa ad attività extrascolastiche, l’attenzione può spostarsi facilmente sulle scelte della famiglia, sugli stimoli mancanti, sulle abitudini culturali, sul deficit di cura. Tuttavia, queste pratiche dipendono anche da reddito, tempo, casa, trasporti, lavoro, caratteristiche territoriali, presenza o assenza di servizi pubblici.









