Le risposte dell'esercito a Repubblica: seguite le procedure nel pieno rispetto dei fermati. Roma indaga sulla catena di comando, puntando il faro sulla polizia portuale e il servizio penitenziario

Hanno intercettato la Global Sumud Flotilla in modo legale, hanno trasferito gli attivisti in Israele secondo le procedure e il loro diritti. E le vessazioni? I pestaggi e le denunce di abusi? Per il servizio penitenziario e per le forze armate non si è trattato di loro uomini. Questa in sostanza la posizione di Tel Aviv, dopo l’ultimo fermo della Global Sumud, che ha fatto discutere e indignare anche in Italia con connazionali e cittadini europei malmenati, ammanettati, bendati e sbeffeggiati dai soldati durante il loro fermo. In una dichiarazione rilasciata a Repubblica, l’ufficio del portavoce delle Israeli Defence Forces ha affermato che esistono protocolli precisi per garantire un trattamento corretto dei partecipanti alla Flotilla e che, al momento, non risultano violazioni documentate. Eventuali denunce specifiche, aggiungono, verranno comunque esaminate.

La panic room e i racconti degli attivisti che smentiscono la polizia penitenziaria

Quello fornito a Repubblica sarebbe il primo commento ufficiale dell’esercito sulla vicenda. In precedenza era intervenuto solo il Servizio penitenziario israeliano, che aveva difeso il comportamento degli agenti dopo la diffusione di video girati nel porto di Ashdod, attribuendo però eventuali responsabilità all’esercito e alla polizia presenti nell’area. Eppure gli attivisti parlano di pestaggi e violenze subite già durante il trasferimento sulle cosiddette “navi-prigione”. Diversi partecipanti hanno descritto un container buio soprannominato “panic room”, dove sarebbero avvenuti episodi di aggressioni fisiche, scariche elettriche e molestie. Secondo una fonte citata da Repubblica, quell’area sarebbe stata sotto il controllo di un’unità speciale del Servizio penitenziario, probabilmente la Nachson, struttura operativa impiegata anche nei trasferimenti dei detenuti.