Giustizia
Stefano Giordano
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Supponiamo che Tizio venga assolto. Il giudice ha parlato, il dibattimento è finito, il pubblico ministero ha perso. La legge dice chiaramente che per quel reato il PM non può appellare. Tizio festeggia con la famiglia. Si è tolto un peso di dosso. Fine della storia — pensava. Poi il PM propone appello lo stesso, sapendo — dichiaratamente — che è inammissibile. Non per ottenere giustizia, ma per costringere la Corte d’appello a investire la Consulta: un’impugnazione costruita a tavolino come leva politica. È lecito? Tecnicamente sì. È opportuno? No. È una guerra politica travestita da atto giudiziario. E le guerre si combattono sempre a spese di qualcuno.
È successo davvero, a Busto Arsizio. E la questione è già all’esame della Corte Costituzionale: la Corte d’appello di Milano ha rimesso gli atti alla Consulta, rivelando una certa affinità logico-giuridica con le ragioni del PM. La norma presentava problemi reali. Nordio voleva fare la cosa giusta: limitare il potere del PM di ribaltare un’assoluzione pronunciata nel pieno contraddittorio. Un principio diffuso in molte democrazie europee e occidentali. Ma non è stato ben consigliato. Gli hanno consegnato una riforma con vizi già censurati dalla Corte Costituzionale. Una riforma fragile, esposta agli stessi attacchi di vent’anni prima.










