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Otto milioni e 670mila sterline britanniche investite nel 2024 da Europe Trust, 1,38 milioni di entrate nello stesso anno, 300 miliardi di lire egiziane annunciati dal Cairo come beni confiscati nel 2020 e altri 40 nel 2021, decine di milioni di dollari l’anno attribuiti dall’Ofac alla Union of Good, coalizione caritativa transnazionale pro-Palestina che, secondo il Tesoro degli Stati Uniti, fu creata alla fine del 2000, subito dopo l’inizio della Seconda Intifada, dalla leadership di Hamas per facilitare il trasferimento di fondi verso organizzazioni controllate o gestite da Hamas in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.

La rete economica dei Fratelli Musulmani, dunque, passa da quote, welfare, imprese, finanza islamica, fondazioni, immobili e charities. Nel perimetro entrano anche Interpal, Palestinians Relief and Development Fund, una charity britannica da 2,55 milioni di sterline di entrate nel 2020 e 55.167 nel 2024, e 7,5 miliardi di dollari di sostegno qatariota all’Egitto di Mohamed Morsi nel 2012-2013. La review britannica del 2015 documento ufficiale del governo sui Fratelli Musulmani, descrive una rete internazionale che raccoglie e investe fondi, riceve sostegno dal Golfo e usa Europa e Regno Unito come basi operative. Non emerge un tesoriere globale, ma nodi nazionali e transnazionali.