Una sola vittoria nel nuovo millennio. Un 2-1 inutile, contro una Juventus lanciatissima sulla propria strada verso il titolo. Le reti di Matteo Darmian e Fabio Quagliarella a ribaltare il vantaggio siglato da Andrea Pirlo rappresentano, a distanza di undici anni (era il 26 aprile del 2015), l’unico successo del Torino in una stracittadina non solo dal 2000 a oggi, ma in realtà dall’aprile del 1995, doppietta di Rizzitelli al Delle Alpi. In mezzo, una sequela di derby giocati talvolta alla pari e quasi sempre persi o pareggiati con reti arrivate nei dintorni del novantesimo: dal 2-2 delle corna di Maresca alla sberla di Trezeguet al 94’ del 2007, dall’uno-due Vidal-Marchisio del 2013 alla magia di Pirlo dell’anno successivo, dalla zampata di Cuadrado nell’ottobre 2015 al pari agguantato da Higuain al 92’ del 2017, fino ai colpi decisivi di Bonucci (2020) e Locatelli (2021) quando almeno il punticino sembrava alla portata.Il destino, stavolta, apparecchia al Torino l’occasione perfetta: può rovinare definitivamente la stagione bianconera, con la panchina di Luciano Spalletti appesa a un filo sottilissimo, quello che tiene ancora aggrappata Madama alla speranza di un piazzamento in Champions League. Se l’è vista brutta, il Toro, nel corso della stagione. Il feeling mai nato tra Baroni e il materiale umano a disposizione, oltre a una certa idiosincrasia con quello che spesso viene definito “dna granata”, ha portato Vlasic e compagni a rischiare seriamente di finire impigliati nella lotta per non retrocedere, spauracchio scacciato via dall’arrivo muscolare di Roberto D’Aversa sulla panchina. Fin dall’inizio, l’ex Empoli è parso un tecnico con la data di scadenza. Eppure ha la chance di fare qualcosa di storico, perché ormai vincere un derby, per il Torino, sta diventando un’ossessione. In questo finale di stagione i granata non si sono lasciati andare come era successo lo scorso anno con Vanoli, pur incappando in alcune sconfitte. L’impressione generale è però quella di una squadra viva, con alcuni picchi tecnici e caratteriali – la miglior stagione di Vlasic in Italia per numeri e atteggiamento, la capacità di Simeone di chiudere in doppia cifra nonostante una manovra offensiva a tratti inesistente, l’impatto positivo di Obrador - e la voglia di terminare in bellezza, con un piccolo regalo da consegnare a tifosi in contestazione perenne nei confronti di una proprietà che pare non voler ascoltare questo costante urlo di dolore.Anche il semplice pareggio sarebbe un bastone tra le ruote bianconere, una vittoria consegnerebbe invece a D’Aversa la piccola chance di entrare quantomeno nei discorsi per la conferma, ipotesi che solamente qualche settimana fa sembrava lunare. Tanto passerà dal possibile recupero di Ismajli, la guida della difesa che ha messo ordine nelle settimane più turbolente: in questa stagione è esistito un Torino con Ismajli e uno senza, e forse non a caso è stato quello più netto nelle dichiarazioni contro la gestione di Baroni una volta arrivato D’Aversa. È chiaro che al Toro servirà una prospettiva diversa nella prossima stagione, a cominciare dal mercato, trattato con preoccupante frequenza come l’occasione per incassare invece che per rilanciare. Ma non è questione imputabile all’allenatore, qualunque sia il profilo che si siederà su una delle panchine più nobili del nostro calcio. All’allenatore, quello attuale, intanto spettano i discorsi di campo. E l’occasione di uno sgambetto alla rivale di sempre, ancora frastornata per il ko con la Fiorentina, sembra più ghiotta che mai.
Il derby ossessione: il Torino davanti all’occasione che aspetta da trent’anni
Una sola vittoria dal 1995, una scia di beffe allo scadere e una città che vive il derby come una ferita aperta. Stavolta il Toro può cambiare la storia: affondare una Juventus in crisi, rilanciare D’Aversa e regalare ai tifosi un segnale di vita. Anche un pareggio peserebbe, ma la chance di uno sgambetto definitivo è più concreta che mai










