Sedici anni, tanto sono durati il percorso da premier di Viktor Orbán e il suo lungo potere che il leader arancione (colore del partito Fidesz) ha esercitato dal 2010 ad aprile di quest’anno ingabbiando il suo paese. Tutto questo dopo una prima esperienza al governo avvenuta nel periodo compreso fra il 1998 e il 2002 e caratterizzato, soprattutto nell’ultima fase, dall’adozione di una retorica sempre più volta a dividere la popolazione tra veri ungheresi e traditori della patria con toni aggressivi e intimidatori. Barba e capelli lunghi, giacca con camicia senza cravatta, nel 1989 l’ex primo ministro ungherese era un giovane avvocato e figura di spicco dell’Alleanza dei Giovani Democratici (Fidesz), soggetto nato l’anno prima in contrapposizione alle organizzazioni della gioventù comunista.

Chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche dal suolo ungherese e non pochi suoi connazionali raccontano di aver visto in lui già allora i segni di una volontà di potere che il nostro avrebbe conquistato divenendo indiscussa figura leader del Fidesz, suo principio organizzatore e successivamente padrone in Ungheria con in mano il controllo dei settori chiave. Di Orbán, della sua ascesa e dei suoi sedici anni da primo ministro a capo di un potere capillare e invasivo, ci parla Alessandra Briganti in La danza del pavone. Il grande imbroglio di Viktor Orbán (People, pp. 173, euro 16). Un libro che, in quindici capitoli, analizza in modo particolareggiato la figura di uno dei leader europei più discussi, detestati, temuti come cattivo esempio all’interno dell’Ue, ma anche dei più imitati o per lo meno presi a modello per difendere istanze nazionali.