Genova – L’assoluzione del rapper di origine dominicana, ma trapiantato in Liguria da parecchi anni, è durata solo qualche mese: ora la Cassazione ha stabilito che il processo d’appello, in cui il trentunenne era stato prosciolto dall’accusa di violenza sessuale, deve essere ripetuto. Davanti a un’altra sezione della Corte. Perché, come avevano sottolineato nel loro ricorso la Procura generale e l’avvocato Luca Rinaldi, legale che assiste la vittima - una ragazza che all’epoca dei fatti aveva appena sedici anni - il collegio non ha motivato la decisione di ribaltare quanto era stato stabilito dai colleghi in primo grado. L’artista, famoso soprattutto sui social (in particolare Youtube e Instagram), inizialmente era stato condannato a sei anni di reclusione, ma poi il suo difensore aveva impugnato la decisione. L’avvocato Giovanni Battista Dellepiane, nella sua arringa, aveva sottolineato come il rapporto sessuale era avvenuto con il consenso della giovane. Una tesi che aveva convinto la corte, facendo scattare l’assoluzione del rapper a gennaio. I giudici della Cassazione, a fronte delle due sentenze diametralmente opposte, hanno invece stabilito che si dovrà ripetere il processo di secondo grado. E siccome in secondo grado non è stata motivata in modo soddisfacente l’assoluzione, chiedono un nuovo parere a una sezione diversa da quella che si è già pronunciata. La sedicenne ha raccontato di essere stata violentata nel luglio del 2023. Agli investigatori ha detto di aver conosciuto il rapper a un concerto e di avergli dato il suo numero di telefono. Il musicista aveva iniziato a scriverle su Instagram, chiedendole esplicitamente un rapporto sessuale. Lei non aveva mai accolto quelle richieste, però. Lo scambio di messaggi era proseguito, e quando lui le aveva proposto un incontro al Porto antico, l’adolescente aveva accettato presentandosi con un’amica. «Ma solo per conoscere meglio l’artista». Per i giudici di primo grado il suo racconto combaciava con quello dei vari testimoni ascoltati: il fidanzato, l’amica che l’aveva accompagnata all’appuntamento e un amico. È a loro che aveva svelato di aver subito uno stupro. Poi erano stati i suoi datori di lavoro, vedendola sconvolta, ad avvertire la famiglia. Il padre a quel punto l’aveva accompagnata al pronto soccorso del Galliera, dove i medici avevano trovato segni compatibili con una violenza (lividi e arrossamenti ai polsi). Il genitore ha portato la figlia dai carabinieri, dove insieme avevano presentato l’esposto che ha dato il via alle indagini. I riscontri trovati dai detective - i militari avevano acquisito pure un video che certificava l’avvenuto incontro al Porto antico - sembravano suffragare quanto esposto dalla giovane. L’incidente probatorio aveva fatto il resto: nessuna contraddizione, nemmeno nei messaggi che si era scambiata con il trentunenne. Il quadro indiziario però ha diviso i giudici: in primo grado hanno stabilito che non c’era stato consenso al rapporto sessuale (consumato in un gazebo, dove era stata trascinata la giovane); in appello hanno ribaltato tutto sostenendo che non c’era stata violenza. Ora servirà una nuova sentenza. Diversa. Oppure identica, ma stavolta motivata.