Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (l’ex ministero dello Sviluppo Economico) ad inizio anno ha messo nero su bianco la strategia di sviluppo per il prossimo quinquennio.
Con la pubblicazione del «Libro Bianco del Made in Italy 2030», un tomo da oltre 300 pagine, ha tracciato la rotta di navigazione del Paese partendo dall’analisi critica del passato, gli ultimi 20 anni, analizzando lo status quo e individuando le linee di sviluppo future. A prima vista, francamente, sembra che la rotta l’abbia persa; oppure che ci sia un problema di trasmissione fra il Centro studi e la direzione dello stesso Ministero. Siamo alle solite; le strategie sono condivisibili ma «metterle a terra», usando un brutto neologismo, è un’altra cosa.
Il passato non è esaltante e non poteva essere diversamente. Negli ultimi 25 anni l’Italia ha visto una sostanziale invarianza del valore aggiunto creato ma un dimezzamento del peso relativo nel contesto mondiale.
In pratica gli altri avanzano e noi siamo fermi; siamo sempre meno significativi. Gli occupati però si sono ridotti solo di un quarto; conferma che il lavoro povero è con noi! E grazie! Abbiamo bloccato gli investimenti, ridotto i salari reali e ridotta conseguentemente anche la domanda interna. La nostra via d’uscita è stato l’export; in pratica l’Italia si è difesa rinviando la sfida della modernizzazione dell’apparato produttivo e andando a cercare nuovi mercati grazie al fascino del brand «made in Italy», sempre più apprezzato fuori che dentro il Paese.












