La Formula 1 non comunica. Detta così, può sembrare una mera provocazione, considerato quanto sia stato fatto da Liberty Media per rendere attuale e moderna l’immagine della categoria regina del motorsport, attraverso radicali strategie di marketing e, appunto, di comunicazione, che hanno centrato l’obiettivo di espandere la fanbase. Tuttavia, l’intero ambito delle operazioni attuate dalla holding americana riguarda il contorno della disciplina sportiva, la cornice nella quale viene inserita: storytelling, eventi lifestyle, contenuti digitali e tutto ciò che contribuisce a diffondere e potenziare il marchio. Una volta però scartato l’involucro per dirigersi verso il cuore pulsante della categoria, le cose cambiano e ci si ritrova di fronte a un muro. Nessuna spiegazione, scarsissima volontà di offrire agli appassionati la possibilità di comprendere almeno uno scorcio di quel complicatissimo mondo che sono i motori.

E qui la mancata trasparenza, più che a Liberty Media, è da ascrivere alla Fia, arroccata in anacronistiche torri d’avorio all’insegna di una segretezza il cui scopo risulta arduo da comprendere. Specialmente in un’epoca dove la superficialità di analisi regna sovrana e gli sproloqui sono all’ordine del giorno, fare chiarezza e offrire gli strumenti per poter imparare, proprio come avviene a scuola, dovrebbe rappresentare una priorità. Perché non è tutto contorno, aria fritta e comunicazioni inamidate. Simbolo di questa politica sono due sistemi di livellamento delle forze in pista, già discutibili di per sé, chiamati Aduo, per la F1, e BoP, per il Wec (World Endurance Championship).