L’ombra dello scandalo sangue nelle Marche si allunga oltre i confini nazionali e raggiunge i tavoli del partner industriale internazionale incaricato della lavorazione del plasma. Altre centinaia di sacche di plasma dei donatori rischiano di non essere utilizzate per produrre farmaci salvavita.
Un nuovo terremoto scuote le fondamenta della sanità marchigiana. L'ombra dello scandalo sangue, infatti, si allunga oltre i confini nazionali e raggiunge i tavoli del partner industriale internazionale incaricato della lavorazione del plasma, che nei giorni scorsi – secondo quanto appreso da Fanpage.it da fonti interne alla filiera – ha emesso nei confronti dell'Officina trasfusionale un comunicato che ha bloccato centinaia di unità ricevute mettendo la Regione Marche "sotto indagine" come fornitore di plasma. Al centro della bufera non ci sono più "solo" le 323 sacche smaltite nelle scorse settimane, né le altre 932 "riciclate" al Centro Nazionale Sangue, ma un caos procedurale che avrebbe reso altro plasma raccolto potenzialmente "non idoneo" ai rigidi standard di sicurezza richiesti per la produzione di farmaci salvavita. Per spiegare cosa è accaduto occorre fare un passo indietro. Durante la fase più acuta della crisi, cioè tra la fine di febbraio e gli inizi di marzo, il dottor Mauro Montanari, all'epoca ancora direttore del Dipartimento Regionale di Medicina Trasfusionale delle Marche nonché direttore dell'"officina", aveva chiesto ai centri trasfusionali della Regione la disponibilità ad accogliere alcune centinaia di sacche di plasma da destinare non all'uso "farmaceutico" (cioè all'industria), bensì a quello "clinico" dopo un periodo di quarantena: uno "stoccaggio d'emergenza", insomma, finalizzato a liberare spazio ad Ancona ed evitare la completa saturazione dei frigoriferi.







