«Abbiamo perso il controllo dell’aereo, non capiamo niente, le abbiamo provate tutte». Nel cuore della notte, e in mezzo a nuvoloni mai così minacciosi, la frase del pilota David Robert si confonde tra i diversi allarmi che suonano dentro la cabina dell’Airbus A330 di Air France partito da Rio de Janeiro e diretto a Parigi. Due minuti e quarantuno secondi dopo, il 1° giugno 2009, l’aereo con a bordo 228 persone si inabissa nell’Oceano Atlantico. Il corpo principale della fusoliera si adagia a 3.900 metri di profondità. Portandosi dentro per due anni la risposta a uno dei più grandi misteri dei cieli: come ha fatto un jet così moderno precipitare? Il collegamento Air France 447 decolla alle 19.03 locali da Rio. L’arrivo, al «Charles de Gaulle», è previsto il giorno dopo alle 11.10. A bordo ci sono 216 passeggeri, 3 piloti, 9 assistenti di volo. Il comandante è Marc Dubois, 58 anni, con undici mila ore di volo alle spalle. Con lui, in cabina, ci sono David Robert, 43 anni, copilota senior e con più di seimila ore. E Pierre-Cédric Bonin, 32 anni, con poco più di duemila ore di volo sull’A330. Si tratta di un viaggio normale, quasi noioso, su un «sentiero» battuto decine di volte al giorno dalle compagnie e senza particolari livelli di complessità. Un’ora e mezza dopo il decollo il comandante Dubois lascia la cabina per andare a riposare nella cuccetta, nella parte anteriore dell’aereo. Non è un’irregolarità. Nei collegamenti intercontinentali, soprattutto di notte — quando il traffico è minimo e il volo non richiede grandi manovre — è prassi che il responsabile vada a riposare, lasciando i copiloti a gestire la traversata di cosiddetta «crociera».
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La storia del volo Air France 447, caduto il 1° giugno 2009 con 228 persone a bordo










