Le fortune politiche della maggioranza vacillano sotto i colpi dell’aumento dei costi energetici dovuto alla guerra in Medio Oriente, l’esaurimento dei finanziamenti per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e i dati deludenti dell’Istat su Pil e produttività. Nel 2025 il governo si prometteva di raggiungere due obiettivi: portare il disavanzo sotto il 3 per cento per uscire dalla procedura di infrazione e accreditarsi come agente del rigore, scommettere sulla ripresa economica e accumulare risorse fiscali sufficienti aumentare qualche spesa o ridurre la pressione fiscale a fine legislatura. Questi obiettivi non potranno essere raggiunti per cause esterne (la guerra, i dazi, l’eredità del Superbonus) e anche per errori o scelte poco prudenti e irrealiste. Ora si ricorre all’unica carta disponibile, spesso abusata da tutte le maggioranze: chiedere all’Europa maggiore flessibilità sui vincoli fiscali. Gli argomenti che dovrebbero convincere i nostri partner sono stati espressi da Meloni e Giorgetti a più riprese. Il primo è che occorre scorporare dalle spese soggette ai vincoli fiscali gli investimenti necessari ad affrontare la transizione energetica. Il secondo è che l’aumento dei prezzi dell’energia rientra nei casi per i quali esistono margini di flessibilità, come le recessioni, le calamità naturali o le pandemie.
Perché Bruxelles è contro la flessibilità
Se gli interessi dovessero salire come a Londra, Roma la più penalizzata per l’indebitamento











