Il «sì» della Lega alla legge elettorale è quasi certo. Ma non scontato. Il progetto caro alla premier Meloni e al suo partito andrà in porto solo se si approverà anche la controversa autonomia regionale

Ci sono due notizie date ieri dal ministro delle Riforme e degli Affari regionali, il leghista Roberto Calderoli. E a prima vista sono entrambe un «via libera» alle strategie della maggioranza in questa coda di legislatura. Ma con un’eco contraddittoria. La prima è che la riforma elettorale «si fa», assicura Calderoli, perché la coalizione starebbe raggiungendo una mezza intesa su un’ipotesi di compromesso sul premio in seggi da offrire ai vincitori. La seconda, sempre per bocca del ministro, è che il «sì» della Lega è quasi certo. Ma non scontato. Il progetto caro alla premier Giorgia Meloni e al suo partito andrà in porto solo se si approverà anche la controversa autonomia regionale. «Se non c’è l’autonomia», avverte Calderoli, «non c’è niente».

E dunque, la riforma bocciata in più punti nel novembre del 2024 dalla Corte costituzionale e per le riserve degli alleati, ora viene riesumata. Ed è presentata come la contropartita per il via libera alla riforma elettorale. Difficile capire se sia solo un modo per alzare il prezzo nella trattativa o di una minaccia credibile. Il vicepremier del Carroccio, Matteo Salvini, ribadisce solo che la legge sul voto non è in cima ai suoi pensieri. La Lega perde pezzi, e il leader sta pensando a un «ritiro» di due giorni, come quello che fanno le squadre in crisi, per capire il percorso dei prossimi mesi.